La sfida che abbiamo di fronte
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di Francesco Pigliaru
Il lavoro di un delegato alla ricerca ruota in gran parte intorno a due semplici priorità: primo, trovare risorse per dare a tutti buone opportunità; secondo, adottare regole capaci di individuare e di premiare la qualità.
Il quadro nazionale nel quale ci troviamo è radicalmente cambiato. La riforma Gelmini ha dettato regole con cui è inevitabile fare i conti. Il punto essenziale mi sembra sia questo: si creerà per la prima volta una esplicita gerarchia qualitativa tra le università, e a sua volta questa gerarchia creerà le premesse per una differenziazione tra “research universitities” e “teaching universities”.
C’è dunque una partita decisiva da giocare per evitare pericolosi declassamenti. Per di più, bisogna giocarla in in una regione non particolarmente ricca e in un quadro nazionale fortemente compromesso dalla crisi economica.
Abbiamo però anche noi i nostri punti di forza. Primo, abbiamo una buona legge regionale (LR7/07) sulla ricerca scientifica, una opportunità che aree del Paese, anche molto più ricche di noi, non hanno. Secondo, esistono risorse del Fondo Sociale Europeo (FSE) attribuite alla Sardegna per finanziare la formazione di capitale umano ad ogni livello, incluso quello dell’alta formazione. E’ soprattutto in questi ambiti che abbiamo lavorato per ottenere risorse addizionali.
Iniziamo dalla LR7. Nella Consulta — l’organo di collaborazione istituzionale previsto dalla legge — abbiamo proposto che le risorse disponibili venissero attribuite attraverso bandi, incentivi e finanziamenti di interesse generale. La legge ha finora predisposto e chiuso quattro bandi in quattro anni di attività. Complessivamente sono stati banditi finanziamenti per 38 milioni di euro. Di questi, 20 sono stati attribuiti a progetti presentati dalla nostra università: abbiamo avuto 187 progetti finanziati (il 33,7% di quelli che abbiamo presentato) per un importo medio di circa 110.000 euro. C’è poi la premialità FIRB-PRIN-7PQ che attribuisce appunto un premio a chi ha avuto un buon giudizio in bandi nazionali e internazionali competitivi. Questa linea di intervento ha finora distribuito 5 milioni di euro, di cui tre sono andati a nostri ricercatori.
Infine, e sempre su nostra richiesta, la LR7 ha attribuito alla nostra università 7 milioni di euro come prima tranche di un finanziamento per la costruzione di alcuni importanti “core laboratories”.
Risorse importanti sono arrivate anche dai fondi europei. Queste risorse ci hanno consentito di tenere aperte le porte dell’università ai giovani talenti. Abbiamo chiesto e ottenuto 8 milioni per posti di ricercatore a tempo determinato, 2,5 milioni per assegni di ricerca, 17,5 milioni per borse di dottorato di ricerca: il tutto co-programmando conla Regione Sardegna la linea “Capitale Umano” del FSE.
Credo che queste poche e incomplete cifre bastino a mostrare che una leale e non sporadica collaborazione tra università ed ente locale è oggi essenziale per garantirci pari opportunità di successo in un contesto nazionale e internazionale via via più competitivo. Così fanno altrove (il Trentino è l’esempio più ovvio, mala Catalognaè un altro caso ben conosciuto in Europa), così stiamo facendo noi.
Come dicevo, tuttavia, senza regole adeguate le risorse servono a poco. L’università vive della propria capacità di premiare qualità e merito. Risorse mal distribuite fanno il contrario: creano frustrazione tra i più bravi, forniscono protezione a chi non la merita.
Per questo abbiamo dato molta attenzione alle regole. I bandi della LR7 prevedono, su nostra richiesta, meccanismi di selezione ispirati agli standard internazionali della peer review con valutatori anonimi. Sappiamo che fino a oggi il meccanismo adottato ha mostrato molte pecche, e sappiamo che c’è ancora da lavorare per ottenere risultati pienamente soddisfacenti . Ma se si guarda all’opacità con cui molte risorse pubbliche venivano distribuite nel passato, si dovrebbe almeno ammettere che abbiamo fatto numerosi passi nella giusta direzione.
Un secondo esempio riguarda la distribuzione delle risorse interne per i dipartimenti e per l’ex-60%. In ambedue i casi abbiamo aumentato le dotazioni, che sono di fatto raddoppiate dal2009 aoggi, e nel farlo abbiamo adottato poche, semplici regole per attribuirle sulla base di indicatori di qualità. Per la prima volta abbiamo applicato il criterio di “ricercatore attivo” come base di calcolo delle risorse pro-capite (il 50% del totale) da attribuire ad aree e dipartimenti, e per la prima volta abbiamo utilizzato indicatori di performance (Prin, 7PQ. livello di internazionalizzazione della produzione scientifica) per la distribuzione del restante 50%.
Molto resta ancora da fare. Per esempio, abbiamo migliorato la qualità dei dati presenti nella nostra anagrafe, ma ancora oggi la classificazione delle riviste (e più in generale delle pubblicazioni) soffre della difficoltà di adottare ranking di qualità credibili e condivisi in tutte le aree. Le aree 1-9 sono pronte e disponibili ad essere valutate sulla base di indicatori bibliometrici ampiamente accettati dalla comunità scientifica internazionale, e già da tempo sono in effetti sottoposte a questo tipo di valutazione anche nel nostro ateneo. E’ ora che sistemi simili si estendano a tutte le aree, comprese quelle — dalla 10 alla 14 — in cui l’obiettiva difficoltà di individuare ranking autorevoli (e dunque non manipolabili localmente) non deve trasformarsi in un alibi per rinviare continuamente la soluzione del problema.
Abbiamo di fronte a noi sfide importanti, dal VQR 2004-2010 all’incremento della quota FFO che verrà ripartita sulla base della qualità della nostra produzione scientifica. Dobbiamo fare bene e dobbiamo attrezzarci per fare meglio in futuro. Le risorse che stiamo investendo e le regole che stiamo scrivendo, e che insieme dobbiamo migliorare continuamente, permettono di guardare al futuro con fiducia.
Approvato lo statuto. Nasce la vecchia università?
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Il Senato e il Consiglio di amministrazione dell’Università di Cagliari hanno adottato e approvato il nuovo statuto dell’Università di Cagliari. Nessun giubilo ha accompagnato l’atto liberatorio.
Vediamo cosa è successo ( e cosa potrebbe succedere).
I nuovi equilibri accademici. Vincono le facoltà scientifiche. I nuovi equilibri dell’ateneo spostano decisamente verso Scienze, Farmacia, Ingegneria e Medicina l’asse del potere. Guadagnano fortemente peso nel nuovo Senato e saranno dunque in grado di far valere il loro giudizio nella composizione del futuro CdA. Nel vecchio Senato le facoltà umanistiche avevano un peso superiore a quello reale. Da ora in poi sarà l’inverso. Forse non è un male. D’altronde, negli anni recenti, questa forza non si è tradotta in reale egemonia politica e culturale. E la vicenda di questo Statuto ne è testimonianza. Dalle facoltà scientifiche sono venute le sole proposte di discussione che corrispondevano ad un’Idea di Università. Il risultato, d’altronde, esprime i reali rapporti di forza, materiali e simbolici, tra le diverse aree scientifiche dell’Ateneo. La debacle politica dell’area umanistica è, da questo punto di vista, l’espressione e il risultato di una debolezza strutturale. Le facoltà scientifiche hanno fatto valere in maniera arcigna i loro legittimi interessi, mentre un senatore, preside di Lingue, recita Foscolo.
Un modello accademico nuovo? E’ ancora presto per dirlo. Si modifica la natura degli organi accademici ma prima di capire quale sarà il rapporto tra Dipartimenti-Senato e CDA occorrerà sperimentare i nuovi modi di regolazione nei processi di governo.
Il tentativo di rompere con il vecchio modello accademico della Repubblica delle Facoltà – che costituisce il l’aspetto migliore della Legge Gelmini – però, se non è fallito, è certamente indebolito. La Legge Gelmini infatti non è stata uno strumento adatto per scardinare i vecchi e polverosi assetti di potere accademico.
I dipartimenti probabilmente prenderanno il posto delle vecchie facoltà e ne svolgeranno la funzione. In sostanza, rischiamo di portarci appresso uno degli elementi patologici del vecchio sistema, cioè la difficoltà dell’Università di emergere come soggetto di governo forte rispetto agli interessi delle facoltà (da ora dei dipartimenti) in competizione tra loro. Il nemico è dentro di noi ed è la logica paternalistica (a volte tribalistica) e patrimonialista della cultura accademica italiana. La partita è aperta: ma la posta in gioco è questa: far emergere un governo di ateneo affrancato dagli interessi particolaristici e dalle camarille. Libero dal potere ricattatorio dei dipartimenti (o facoltà). Questo è stato uno dei temi di fondo del conflitto che si è svolto tra consiglieri e senatori in questi mesi.
Il personale amministrativo. La maggioranza dei rappresentanti del personale ha votato contro lo Statuto. È il risultato paradossale di una serie di atti politici esagerati, plateali, inutili. Il personale si è infilato in un vicolo cieco. E ha finito per votare contro se stesso tirandosi fuori dalla comunità universitaria. Per i rappresentanti del personale si tratta di un sconfitta politica sonora. Hanno incendiato la base con proclami fasulli e inesatti. Hanno fatto credere al personale che fosse stata messa in questione la dignità degli amministrativi, pur non essendo vero.
I sindacati maggioritari alle elezioni si sono trovati così scavalcati dai sindacati minoritari che hanno avuto buon gioco a prendere in mano una situazione in cui si mischiavano elementi di isteria e di indignazione montata ad arte. La maggior parte dei rappresentanti ha dunque rinunciato alle prerogative della propria funzione accettando di sminuire la portata del proprio mandato (elettivo) al ruolo di “portavoce” di un’assemblea la cui legittimazione è perlomeno discutibile.
Il voto contrario allo Statuto pone inoltre il personale in una posizione di estrema debolezza. Nei prossimi mesi ci sono ancora numerosi nodi da sciogliere ma questa rottura pesa come un macigno sulla credibilità politica dei rappresentanti.
Gli studenti ritrovano l’unità, da CL a rifondazione contro la Gelmini. L’opposizione su singoli punti marginali dello statuto non basta a spiegare questo voto. I rappresentanti degli studenti sono espressione di soggetti politico-sindacali che rispondono ad obiettivi politici che vanno al di là di questo statuto. Hanno perso di vista, così come il personale amministrativo, il senso della costruzione di una cultura universitaria condivisa.
Un mondo universitario scisso. Lo Statuto è un atto fondativo la cui natura non è soltanto normativa ma anche simbolica. Per questo non passa inosservato il voto contrario della gran parte dei rappresentanti del personale amministrativo e quello degli studenti. Studenti e personale amministrativo hanno contribuito a scrivere questo Statuto ma se ne sono tirati fuori all’ultima curva.
Chi chiedeva pari dignità nella comunità universitaria se n’è tirato fuori. Si è deciso di non condividere la responsabilità storica rompendo anche l’ultima finzione e possibilità di una comunità universitaria.
Votare lo Statuto, nonostante tutto, aveva almeno un significato politico: essere un soggetto costituente della propria università.
Rimangono molti nodi da sciogliere. In particolare, la governance concreta dell’ateneo (regolamenti funzionamento organi, applicazione del codice etico, relazione tra didattica e ricerca). E manca, ancora, un progetto di università.
Sulla componente “non docente” in CDA. Una proposta per costruire condivisione
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Il dibattito sviluppatosi in questi mesi è stato in alcuni momenti duro ma, alla fine, su diversi elementi lo Statuto è stato elaborato attraverso un processo ampio di condivisione e discussione. Rimangono ancora alcuni punti in discussione e di possibile conflitto. Occorre però recuperare la freddezza di ragionamento e lasciar perdere l’emotività. Dobbiamo costruire collettivamente un ambiente di lavoro dove spenderemo le nostre vite e vale la pena recuperare fiducia reciproca e serenità.
Ciò che conta è il risultato e da questa discussione ne dobbiamo uscire tutti più consapevoli e maturi.
Uno degli scogli principali è rappresentato oggi dal problema della presenza di un membro del personale tecnico e amministrativo in CDA.
Discutendo, in questi giorni, con autorevoli membri della Commissione Statuto mi è stato ricordato che la stessa Commissione aveva discusso, all’inizio dei lavori, una bozza nella quale il CDA risultava composto da membri del personale docente e del personale amministrativo.
Io stesso, nell’ultima e controversa riunione del CDA e in un precedente articolo, ho avanzato la proposta di includere dei membri del personale tecnico e amministrativo nella rosa che il Rettore presenterà al Senato accademico.
Recuperiamo dunque quella versione della bozza Statuto.
In Statuto occorre fare riferimento ad una rosa di nomi di personale interno all’università che il Rettore dovrà presentare per la nomina al Senato accademico, senza fare distinzione tra personale docente e personale non docente, precisando semmai che i nomi selezionati debbano essere rappresentativi delle diverse componenti dell’Ateneo (personale docente e non docente).
Ribadisco la mia posizione. La cogestione, come l’abbiamo sperimentata in Italia e nella nostra università, ha avuto effetti disastrosi: una irresponsabilità diffusa, per la quale chi ha amministrato ha perso di vista, molto spesso, l’interesse generale e il senso dell’Istituzione per seguire interessi particolari (parlo di tutte le componenti, evidentemente).
Il nuovo CDA però non deve governare in un vuoto pneumatico ma deve avvalersi delle migliori esperienze ed energie del nostro Ateneo e deve poterle trovare tra le donne e gli uomini del suo personale (amministrativo, tecnico, di insegnamento e di ricerca).
Ritengo anche che deve essere mantenuto un criterio di omogeneità nella nomina dei membri interni del CDA. In questo senso, l’idea di un’unica rosa di nomi, comprensiva di personalità delle diverse componenti, permette di salvare la novità di un organo di amministrazione responsabile e nello stesso tempo garantisce la possibilità di avvalersi di tutte le competenze necessarie.
Il punto di vista del personale tecnico e amministrativo sui processi organizzati e di lavoro è specifico e irriducibile all’esperienza che i docenti maturano della vita universitaria. Per questa ragione ritengo che un coinvolgimento pieno, e con pari dignità, nel governo dell’Ateneo sia irrinunciabile.
Mi auguro che tutti i colleghi (docenti e amministrativi) vogliano convergere su una proposta che non vuole essere una mediazione al ribasso. Ma che, al contrario, vuole ribadire un concetto troppo offuscato: tutto il personale dell’università partecipa al perseguimento di un’unica missione, che si riferisce all’insegnamento e alla ricerca, ai rapporti con il territorio, all’orientamento degli studenti, alla colletta di finanziamenti e alla progettazione. Tutte attività che per svolgersi devono essere organizzate e promosse da persone competenti che collaborano ad un unico obiettivo.
Postilla.
Nel titolo ho usato il concetto di condivisione, vorrei precisarlo brevemente.
Condivisione non è cogestione. Condivisione significa partecipare alla configurazione di un progetto di ateneo, vuol dire produrre significati condivisi, costruire una cultura organizzativa e istituzionale diffusa, ha a che fare con il perseguimento comune dei medesimi obiettivi. Dobbiamo dunque passare da un logica in cui interessi differenti si accordano per spartirsi una torta (fingendo che il forno sia sempre pieno) ad una logica in cui si costruisce collettivamente un ambiente di lavoro e insieme si definiscono gli obiettivi da perseguire.
In questo senso, occorre saper distinguere tra l’organo esecutivo di governo, il CDA, dove non ci sono “rappresentanti del popolo” ed un Senato come organo di rappresentanza, di costruzione del consenso e di condivisione del progetto. Mischiare i due piani ci porterebbe inevitabilmente dentro un vicolo senza uscita.
CdA e la fine della cogestione. I veri termini del conflitto.
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Nel corso della seduta del CDA ci sono stati molti momenti tesi. La dialettica è stata aspra per tutti.
La seduta è stata lunga e faticosa. Più di una volta si è proceduto a riverificare la votazione. Anche un emendamento presentato dai professori Pitzalis e Coinu è stato oggetto di una duplice conta, poco prima di quello discusso dai colleghi amministrativi. Nessuno l’ha trovato scandaloso. Inoltre, nel caso dell’emendamento sul rappresentante del personale, non ne era stata data lettura per esteso, in particolare non era stata esplicitata la modalità di nomina del rappresentante in CDA. Per questa ragione, è stata richiesta una precisazione che ha fatto emergere elementi di incertezza nella votazione. Non era chiaro se il membro del personale in CDA dovesse essere eletto o nominato come avviene nel caso dei docenti. Tale questione evidentemente è dirimente. Inoltre, effettivamente non tornavano i conti rispetto al numero dei votanti e per questo è stato richiesto un nuovo conteggio.
Personalmente credo che nel CDA possa sedere un impiegato (non un rappresentante) del personale amministrativo, ne abbiamo molti che ne hanno le competenze. L’elezione diretta però riprodurrebbe le storture proprie di ogni commistione di interessi.
Una modalità di nomina identica a quella dei docenti (nomina del Senato su una rosa di nomi proposta dal Rettore) potrebbe invece essere utile a trovare un equilibrio (occorre però studiarne l’impatto sulla composizione numerica del CdA).
Le soluzioni politiche vanno però discusse politicamente e non lasciandosi andare a reazioni incontrollate. In numerosi casi si è riusciti a trovare la quadra riformulando gli emendamenti presentati e trovando elementi di mediazione. Se si fa saltare il tavolo non si va da nessuna parte.
I docenti membri del futuro CDA non saranno eletti, perché dovrebbe esserlo un amministrativo?
Si rischierebbe di snaturare la funzione del nuovo CDA e ritornare al vecchio modello di cogestione. Questo modello ha fatto comodo a tanti, docenti e non docenti. Alla fine erano tutti felici sulla stessa barca dell’irresponsabilità amministrativa.
Il Rettore Melis è stato veemente nelle sue espressioni ma, con tutta evidenza, non si riferiva al personale in generale, cioè agli impiegati dell’università, ma alle commistioni e alle storture di un certo tipo di cogestione che, come abbiamo visto, nel passato ha portato alla costruzione di un sistema opaco e in alcuni casi clientelare. Si riferiva al modo in cui questa cogestione è avvenuta tra le pieghe dei passati CdA. L’esito di questo tipo di cogestione è stata l’aumento della spesa e lo spreco delle risorse e una gestione delle assunzioni e delle carriere poco trasparente. Il nuovo modello di CDA dovrebbe (almeno in linea teorica) superare il modello della cogestione.
Il sindacato deve ripensare il proprio ruolo dentro la nuova configurazione. Certamente non può rimanere ancorato alle “comodità” del passato.
La questione della presenza di un membro del personale nel CDA merita di essere discussa. Non perché sia necessario. Ne ho discusso anche con sindacalisti della funzione pubblica e tutti la considerano come una vera e propria assurdità. Potrebbe però essere utile, perché tra il personale amministrativo possiamo trovare persone competenti. Potrebbe essere utile, perché questo personale è portatore di un punto di vista specifico sui processi di lavoro e sui processi organizzativi che non coincide con quello dei docenti. Una cosa è valorizzare le professionalità presenti tra gli amministrativi un’altra è ripetere l’esperienza della cogestione. Per essere chiari, questo vale per i docenti e per i non-docenti. I nuovi docenti dentro il CDA non saranno rappresentanti di categorie né di interessi nelle facoltà ma devono amministrare come uno staff di amministratori. Per questa ragione non sono eletti.
I colleghi del personale amministrativo chiedono un rappresentante in CdA. Questo corrisponde ai loro reali interessi? Più ci rifletto e più ne discuto dentro e fuori dall’università e più mi convinco che queste commistioni non giovano affatto alle ragioni dei lavoratori né al dispiegamento corretto delle relazioni sindacali.
Ritorniamo alla polemica in corso. A chi giova gestire lo scontro in ateneo in questi termini? Ha senso enfatizzare frasi, certamente infelici, ma chiaramente dirette a stigmatizzare le pratiche di un’amministrazione del passato?
Penso che dobbiamo avere in chiaro una cosa. Il CDA non sarà più quello che è stato prima. Ed è un bene.
Il vero problema ora è trovare un giusto equilibrio dei poteri. Innanzitutto occorre garantire un minimo di spazio di rappresentanza e un diritto di tribuna nel Senato accademico. In secondo luogo, i sindacati devono ricostruire il proprio ruolo sia in riferimento al personale non docente che rispetto a quello docente. Ora infatti tutto cambia. Anche la relazione tra sindacati e docenti non sarà più la stessa. L’università non sarà più la repubblica dei professori. Emerge un modello aziendalistico di cui occorrerà comprendere le conseguenze.
Le università sarde: non ce la possono fare!
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di Marco Pitzalis
C’è un modo ingenuo di considerare i ranking che è quello di ritenere che siano delle fotografie della realtà. Cioè delle oggettivazioni prodotte da uno sguardo “neutrale” e “scientifico”.
In realtà, i ranking sono il prodotto di scelte tecniche (la selezione di particolari indicatori) che nascondono, sotto il velo di un senso comune scientifico, delle scelte che, prima di essere tecniche, sono politiche e ideologiche. Per esempio, molti dei ranking nazionali, introducono come indicatore “l’occupabilità” del laureato. Ora, è evidente che questo indicatore include in sé quelle diseguaglianze strutturali che si riferiscono alla storia del contesto socio-economico di riferimento.
La presenza di questi indicatori esemplifica il fatto che questi ranking non hanno solo lo scopo di mettere in luce le differenze ma di creare delle differenze. Trasformano per esempio, le differenze economiche e di struttura del mercato del lavoro in differenze relative alla qualità universitaria.
I ranking sono dunque un atto arbitrario che traduce in forma di “simbolica” le strutture reali del dominio economico e politico.
Nella comunità accademica internazionale – e in quei paesi dove esiste una classe dirigente nazionale – si è consolidata l’idea che l’Europa debba costruire un proprio sistema di classificazione che si contrapponga a quelli attualmente in voga, centrati sul sistema di formazione anglo-americano. I ranking sono, dunque, uno strumento di una lotta “simbolica” che è in corso a livello planetario per l’egemonia nel costituendo mercato globale dell’istruzione superiore. Il famoso ranking di Shangai ebbe, all’inizio degli anni 2000, non soltanto la funzione di indicare ai giovani cinesi quali università occidentali scegliere ma di dare delle indicazioni alle università cinesi sui modelli organizzativi e gli standard di qualità da perseguire.
I ranking dunque hanno una funzione prescrittiva e performativa. Dicono come la realtà dovrà essere e l’anticipano. Sono una previsione che si auto-avvera.
La creazione del mercato globale dell’istruzione superiore è dunque la prima grande rivoluzione che interessa il campo dell’istruzione superiore. E la marginalità del sistema universitario italiano non è altro che l’espressione della nostra marginalità geo-politica.
Internet è l’altra grande rivoluzione. Mentre nella scuola, questa rivoluzione avrà un impatto “dolce”, è probabile che essa avrà un impatto devastante sulle università. Soprattutto nelle discipline che non necessitano di laboratori. L’insegnamento on-line e l’aula virtuale diventano oggi un’opzione economicamente interessante per gli atenei e per gli studenti.
Anche in Italia è in corso una lotta per la creazione di un mercato dell’istruzione superiore nazionale e per il dominio in questo mercato. Tutto è iniziato alla fine degli anni ottanta con la riforma Ruberti e l’introduzione dell’autonomia. Uno degli obiettivi della riforma era creare uno spazio di concorrenza e quindi avviare un processo di differenziazione tra gli atenei. I decenni successivi hanno approfondito queste differenze e l’ultimo decennio ha visto moltiplicarsi le iniziative imprenditoriali nel campo dell’istruzione superiore (Università “on-line”, senza ricerca, che commercializzano i titoli di studio).
Qual è l’obiettivo ultimo di questo processo? La fine dell’università come sistema nazionale e pubblico. In questo processo, i ranking svolgono un ruolo fondamentale: dimostrano e mostrano che gli atenei hanno qualità molto differenti. Cioè mettono in luce il fatto che non esiste più un sistema universitario nazionale. Ecco la logica conseguenza: se la qualità della formazione è molto differente allora è necessario “abolire il valore legale del titolo di studio”. Questa è la posizione di Confindustria e del Ministro Gelmini. Lo stato si ritira dall’università e il mercato se ne appropria. Questo è il verbo della rivoluzione liberista da Ronald Reagan in poi. Noi ci arriviamo con trenta anni di ritardo.
In questo quadro, le università sarde possono ancora sopravvivere? Sarà arduo.
Gli atenei sardi sono in una posizione doppiamente dominata: a livello internazionale, in quanto parte del sistema universitario italiano; a livello nazionale, in quanto appartenenti ad una regione dominata politicamente, economicamente e culturalmente.
Cosa manca alle università sarde? Alla Sardegna manca una classe dirigente accademica e politica capace di pensare in termini strategici. E così, oggi, i due atenei stanno riformando la loro struttura con la testa rivolta all’indietro. Il Governo regionale è assente e inadeguato alla sfida. Per farcela abbiamo una strada, mettere alle spalle il passato e pensare in grande. Occorre unire le forze e costruire un sistema universitario e della ricerca unitario nazionale (della Sardegna). Cioè occorre costruire una grande Università della Sardegna che metta in campo un nuovo sistema di governance. Solo una strategia ambiziosa ci può salvare. Un’università reticolare ma unitaria in cui salvaguardare autonomie e specificità e insieme incentivare progetti strategici sui quali concentrare le risorse. Per fare questo, ci vuole un programma di governo di cinque anni. Una classe dirigente politica determinata e ambiziosa. E un cambio generazionale alla testa delle università. Probabilmente, non ce la possiamo fare.
PRIN 2009 – I RISULTATI
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Holy Peep University
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Vito Biolchini ha scritto un veemente articolo nel suo blog a proposito della questione dell’uso dell’Orto Botanico per spettacoli.
Da parte mia sto dalla parte dell’arte e della libera espressione senza se e senza ma.
Rivolgo quindi agli organi universitari un appello: abbiate il coraggio della libertà. Uno spettacolo può essere criticato non vietato.
marco pitzalis
Ps. Il Comune di Cagliari ha accolto lo spettacolo. Abbiamo fatto una brutta figura davanti a tutta la città.
ecco la dichiarazione di Enrica Puggioni.
La libertà d’espressione in ogni sua forma è uno dei principi fondamentali per questa amministrazione comunale. Abbiamo seguito da vicino l’evolversi della vicenda legata allo spettacolo “Holy Peep Show”, e siamo a conoscenza delle difficoltà logistiche e organizzative che deve affrontare oggi, a pochi giorni dalla prima, la compagnia Lucido Sottile.
Per garantire comunque lo svolgimento dello spettacolo, ribadiamo la nostra disponibilità a ospitare la rappresentazione in uno spazio comunale, secondo modalità e tempi da concordare con la compagnia. Lo stesso vale per le altre iniziative già previste nello spazio dell’Orto Botanico, certi che ogni forma d’arte – anche quando oggetto di polemiche – contribuisca allo sviluppo dello spirito critico degli spettatori.
Enrica Puggioni
(Assessore alla Cultura del Comune di Cagliari)
Lettera aperta al Rettore sulla libertà dell’arte
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Rivolgo al Magnifico Rettore di Cagliari, Professor Giovanni Melis, un appello, non solo nella mia veste istituzionale di Assessore ma anche a titolo personale: conceda l’Orto Botanico alla compagnia teatrale Lucido Sottile per mettere in scena il loro spettacolo.
Vorrei ricordare che quello spazio è stato usato fino a poche settimane fa per altri eventi teatrali. Se nel frattempo fossero sopraggiunti problemi riguardo all’agibilità dello spazio, siamo sicuri che potrebbero essere superati nello stesso modo che ha permesso di realizzare quelle rappresentazioni. Magnifico Rettore, conceda lo spazio, lo faccia in nome della libertà di espressione e per quei tanti cagliaritani, molti dei quali sono studenti universitari nelle facoltà cittadine, desiderosi di poter assistere a una rappresentazione di sicuro pregio e che coinvolge ben 67 artisti sardi, tra i migliori del panorama regionale.
Mi rivolgo al Rettore che è uomo di Cultura. Mi rifiuto di pensare che dietro la decisione di negare a Lucido Sottile lo spazio dell’Orto Botanico ci siano ragioni di natura censoria e moralista. Non può essere un manifesto, certamente non blasfemo, a cancellare un evento dai forti contenuti simbolici e allegorici. Parlare di “intento scopertamente dissacratorio dell’iconografia cattolica e non solo”, come ha fatto qualche politico cagliaritano, è fuorviante è con corrisponde alla realtà delle cose. Queste inutili strumentalizzazioni sono inspiegabili.
La cancellazione dello spettacolo, a pochi giorni dalla sua messa in scena, rischia di mettere in seria crisi il futuro della Compagnia Teatrale, apprezzata e lodata dalla critica anche a livello nazionale.
Confermo la mia volontà di contribuire come Provincia di Cagliari all’evento e invito il Magnifico Rettore, che rappresenta la più importante istituzione Culturale della Sardegna, a garantire la realizzazione di una produzione che ha alle spalle ben due anni di lavoro. Ci ripensi e la Città di Cagliari gliene sarà grata. Difendiamo l’arte. Difendiamo la libertà.
Francesco Siciliano
Assessore provinciale alle Politiche culturali
Cagliari, li 9 luglio 2011
Della soluzione della selezione. Note sul precariato nella ricerca.
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di Francesco Bachis
Prendo spunto da un articolo pubblicato di recente da Marco Pitzalis per provare a fare qualche considerazione sul tema dei precari della ricerca.
Anzitutto, una nota generale sulla formula “sedicenti precari”, utilizzata da Marco, evidentemente in forma ironica. Mi sembra piuttosto offensiva verso chi precario è senza ombra di dubbio alcuno. Il precariato della ricerca esiste, all’interno delle università come, in condizioni spesso ancora più umilianti, nei centri di ricerca. E’ una condizione esistenziale molto pesante, che riguarda migliaia di persone. E con l’aria che tira, per cui tutti i ricercatori precari sarebbero in realtà degli “accozzati” in cerca del posto fisso, non mi sembra il caso di offrire argomenti a chi ci vuole (tutti, strutturati e no) fare la forca. Ho sentito in modo ricorrente, fin da quando mi trovavo nella condizione di”dottorando”, fare delle rigide distinzioni tra chi si troverebbe in una sorta di stato perenne di “formazione” alla ricerca e chi sarebbe “ricercatore” a tutti gli effetti. Queste distinzioni, che fanno riferimento anche a formule anglosassoni come quella di Ph.D student, tendono ad escludere alcuni soggetti dalla categoria di “precari della ricerca”, sulla base della posizione giuridicamente formalizzata all’interno dei dipartimenti.
Io credo che non sia né semplice né intellettualmente onesto stabilire confini rigidi tra ricercatore in formazione e ricercatore formato; anche perché il carattere stesso di questo lavoro rende alquanto arduo stabilire criteri univoci: si impara a fare ricerca anche, e soprattutto, facendo ricerca, e la formazione, in senso lato, continua per tutta la carriera, o così dovrebbe essere. Ciò, a mio avviso, implica che, quando si parla di precari della ricerca, tutte le distinzioni nette, basate su figure giuridiche o inquadramenti ministeriali, vadano messe da parte.
Esistono dottorandi che sono tali solo perché, a esaurimento del loro assegno di ricerca, non hanno avuto altra opportunità per proseguire il lavoro con una retribuzione, se non quella di accedere ad un dottorato con borsa. Talvolta sono persone “diversamente giovani”.
Conosco validissimi scienziati che sono usciti dal circuito della ricerca dopo dieci anni con progetti d’eccellenza e solo negli ultimi tre anni hanno fatto il dottorato. Non sono casi isolati nel campo delle scienze dure. E questa è, naturalmente, la condizione di molti assegnisti, di tutte le “razze”.
Quale è dunque questa natura così sfuggente del precario della ricerca?
E’ difficile valutare specificamente e in astratto se il dottorando è/non è un precario, il dottore di ricerca è/non è un precario, etc.
Anche la selezione degli assegnisti può avvenire con criteri del tutto estranei alle competenze scientifiche, premiando la fidelizzazione o, in altri casi – occorre dirlo – la mera fortuna (come esempio propongo una lettura critica delle graduatorie della L7; non sono state fatte dai Frankenstein di cui parla Marco, sono state redatte da valutatori ministeriali anonimi e non sardi sulla base di curriculum e progetto e ‘hanti fattu una porcheria chi sa mettadi bàstada’).
Non si fanno molti passi avanti neanche se si assume come criterio la didattica, cioè gli insegnamenti affidati con bando di supplenza esterno: le modalità di selezione sono sempre le medesime e possiamo annoverare docenti a contratto validi e altri meno validi (esattamente come tra gli strutturati).
Il ragionamento va forse spostato su un altro piano, che riguarda sia il finanziamento della ricerca (in particolare l’aleatorietà dei criteri e la scarsezza di risorse “producono” il precariato nella misura in cui non consentono una programmazione della ricerca sul lungo periodo), sia l’idea stessa di università: non dico di arrivare ai piani quinquennali, ma è possibile che non ci sia stata a livello politico e accademico una proposta chiara sul perché, sul chi e sul come si deve formare negli atenei?
Forse occorrerebbe ripartire dai fondamentali. Ad oggi l’università italiana produce, con tutti i suoi limiti, ricerca e formazione: che succederebbe alle strutture didattiche e di ricerca degli atenei in Italia se non ci fosse una massa enorme di persone che lavorano con contratti precari? Offerta didattica e ricerca, dentro e fuori dagli atenei, rischierebbero semplicemente di fermarsi.
Ciò significa tre cose. In primo luogo che i precari della ricerca esistono. In seconda battuta,che fanno un lavoro indispensabile. E infine, che lo stato dovrebbe assumere delle persone pagate per fareil lavoro che fanno loro ma con più diritti (per esempio un contratto a tempo indeterminato, i contributi pensionistici, il riconoscimento del costo sociale della genitorialità, etc).
La logica è spesso la medesima della precarizzazione dei rapporti di lavoro fuori dall’università, e i soggetti che l’hanno riprodotta in Italia sono sostanzialmente gli stessi. Stesso lavoro, diversi diritti, diversa retribuzione. Ma una volta rovesciato il ragionamento sul precariato, una volta accertata la sua esistenza e il peso enorme che riveste anche all’interno degli atenei e dei centri di ricerca, il punto di fondo resta come realizzare la selezione.
Come evitare che vengano assunti i “figli di” e gli “accozzati” al posto di ricercatori validi?
Il problema vero in realtà è questo e credo proprio dovremmo tutti ammettere che le ricette magiche non esistono. Non lo era di certo il concorso nazionale, tanto meno il sistema concorsuale locale. Sulle valutazioni con i criteri dell’impact factor ci sono molte criticità più volte sottolineate da più parti (e tralascio una serie di questioni che riguardano specificamente le scienze umane e che renderebbero deleteria l’applicazione di criteri come questi in Italia). Probabilmente una selezione che trovi un giusto equilibrio tra vari criteri di valutazione (compreso il fatto che un’università si trova in un luogo fisico e non nello spazio cosmico degli Illuminati, per cui chi va bene a Bruxelles o a Londra va bene necessariamente a Reggio Calabria o a Sassari) sarebbe la soluzione migliore.
Il punto è che se non la si costruisce dal basso, a partire dai soggetti colpiti dai processi di destrutturazione del sapere in opera negli ultimi vent’anni in Italia, nessuno ce la regalerà, questa soluzione. E l’unità di questi soggetti è l’unica garanzia che si possa almeno tentare di invertire la tendenza. Proprio sulla separazione e il frazionamento in mille rivoli di persone che spesso fanno materialmente lo stesso lavoro (ad esempio attraverso un’esplicita messa in competizione di RTD e Ricercatori) si sta tentando di impedire qualsiasi forma di resistenza al processo di dissoluzione dell’università pubblica e della ricerca in Italia. E la restrizione degli spazi di democrazia interna, che prima riguardava principalmente i precari, esclusi da qualsiasi rappresentanza negli organi di governo degli atenei, ora sempre più coinvolge altri soggetti, come dimostra il processo di riscrittura degli statuti universitari in molte parti d’Italia.
Una “soluzione alla selezione”, dunque, va trovata. Ma senza far finta che il precariato, solo perché non ha confini chiari, sia una categoria “corporativa”. Non cessa di esistere perché ha dei confini non chiari. La soluzione non è certo l’ope legis (a proposito, siamo nel 2011, sono passati 30 anni: “ma calli ope legis!” qui “si picchiano a noi!”). Ma, prima di tutto, occorre invertire la tendenza ai tagli orizzontali e discutere un criterio di valutazione e assunzione chiaro, certo e, soprattutto, duraturo nel tempo.
Francesco Bachis
Borsista RAS L. 7/07.
Dip. Filosofia e Teoria delle Scienze Umane
Univesrità degli studi di Cagliari
Frammenti di potere. Sulla gestione dei concorsi nella sociologia italiana
Pubblicato da admin
Filippo Barbera (Università degli Studi di Torino)
Maurizio Pisati (Università degli Studi di Milano-Bicocca)
Marco Santoro (Università degli Studi di Bologna)
Il “caso Saccà”, sul quale qualche mese fa abbiamo richiamato l’attenzione della comunità sociologica italiana (si veda http://www.treccani.it/community/forum, La scomparsa della sociologia italiana: suicidio o omicidio?, post del 9/2/2011 e seguenti) è una delle motivazioni alla base delle dimissioni di Mario Morcellini, Preside della Facoltà di Scienze della comunicazione di Roma “La Sapienza”, da portavoce della Componente AIStre. Avendo per primi sollecitato l’attenzione sul “caso Saccà”, vogliamo sviluppare alcune riflessioni sulla “lettera di dimissioni” di Morcellini, sul “caso Saccà” e su alcuni altri “casi” che hanno costellato la recente tornata concorsuale.
Il primo, e forse più importante, aspetto della lettera di Morcellini riguarda l’aperto riconoscimento del ruolo svolto dalle cosiddette “Componenti” nella gestione dei concorsi. Le tre Componenti in cui è divisa la comunità sociologica italiana – scrive Morcellini – svolgono un ruolo importante per indirizzare gli esiti dei Concorsi: “Il bilancio complessivo di questa tornata concorsuale […] è stato nettamente positivo per lo sviluppo istituzionale della Sociologia, per il nostro gruppo e per l’importanza assunta dal consenso sui criteri generali di qualità scientifica e reputazione dei candidati, maturato nel tempo con il gruppo «Persona». Si è trattato di un percorso seguito con lealtà, e ciò mi induce ad aperta soddisfazione” (http://bit.ly/kfyepY). Il bilancio complessivo – afferma Morcellini – è stato dunque positivo in generale per lo “sviluppo istituzionale della Sociologia”. Questo bilancio positivo generale coincide anche con quello specifico delle Componenti AIStre ePersona: tra i due gruppi, osserva con evidente soddisfazione Morcellini, si è raggiunto infatti un consenso sui “criteri generali” di valutazione dei candidati, all’insegna della “lealtà”.
Al di là delle considerazioni di merito sulle affermazioni di Morcellini (il bilancio “nettamente positivo” di cui parla è – per parafrasare un vecchio detto giornalistico – un’opinione separata dai fatti), simili argomenti mettono nero su bianco il ruolo delle Componenti nella gestione dei concorsi. Sarebbe di grande interesse capire come si articola questo ruolo; attraverso quali meccanismi istituzionali “pubblici”, in quali sedi e con quali referenti; quale rapporto si instaura tra le Componenti e il lavoro delle Commissioni di concorso; in che modo si garantisce la “lealtà” e, problema non secondario, quali sono le conseguenze per gli studiosi che scelgano di rimanere fuori dalle Componenti e dai loro “accordi”. Sarebbe anche di un certo interesse capire come gli organi direttivi dell’Associazione Italiana di Sociologia (AIS) si pongano rispetto a questo stato di cose. Spesso si dice che l’AIS “non si occupa dei concorsi”. Bene. Però l’AIS – come dice apertamente la stessa denominazione dell’organizzazione di cui Morcellini è “portavoce” dimissionario (AIS-Tre!) – si occupa delle (anzi è “occupata” dalle) Componenti e quindi, per una semplice proprietà transitiva, è inevitabile che si instauri qualche legame tra AIS e concorsi. Morcellini esalta la funzione regolatrice delle Componenti e si lamenta solo perché un paio di casi sono sfuggiti agli accordi di “lealtà” tra il gruppo AIStre e il gruppo Persona. Noi, invece, lamentiamo il fatto che gli esiti “nettamente positivi” dei concorsi siano in mano a gruppi organizzati capaci di condizionare la volontà dei singoli, con tutti i mezzi di cui le organizzazioni possono essere capaci. Contrariamente a quel che scrive Morcellini, la funzione regolatrice delle Componenti appare a molti colleghi (noi inclusi) lesiva non solo della logica universalistica che per legge dovrebbe regolamentare le procedure concorsuali, ma anche e soprattutto della logica del merito scientifico, evocato purtroppo più per giustificare basse manovre di occupazione di posti e relative prebende che per giudicare i candidati e selezionare i nuovi ingressi e/o i passaggi di carriera. È questo ilvulnus che mina alla base la credibilità della disciplina e che deve essere affrontato in modo radicale e senza paura, con coraggio e intransigenza.
I casi che hanno suscitato l’indignazione di Morcellini per delitto di lesa lealtà sono due: la valutazione comparativa per ricercatore in Sociologia generale all’Università di Cassino e, ancor più, quella per professore associato in Sociologia politica all’Università della Tuscia. Bene. Nella sua requisitoria, però, il Preside della Sapienza dimentica di menzionare altri casi degni di nota. Oltre ai concorsi in cui singoli Commissari hanno espresso pareri critici circa la decisione finale assunta a maggioranza dalla Commissione (si veda, in particolare,http://bit.ly/mi04qv), si è dato il caso di annullamento di un concorso di Sociologia politica da parte del TAR di Pescara (si veda Forum Treccani, post del 27/02/2011). Si tratta di un fatto grave, sanzionato giuridicamente. Perché Morcellini non ne parla? Che rapporto c’è tra queste omissioni, il ruolo di Morcellini come portavoce diAIStre e gli “accordi di lealtà” con la Componente Persona?
Sappiamo che molte colleghe e molti colleghi sono stanchi e nauseati dallo strapotere acquisito dalle Componentiin questi anni e dalle logiche di “lealtà” che le muovono, principali responsabili dello stato di degrado morale e intellettuale in cui versa la disciplina nel nostro paese. Sappiamo anche che, di tanto in tanto, qualcuno rifiuta di piegarsi a queste logiche, rischiando ritorsioni in occasione dei concorsi. Allo stesso tempo, percepiamo chiari segnali di cambiamento, che spesso provengono dalle nuove leve. Se questo potrà incidere sullo status quo, dipenderà dalla capacità dei molti insoddisfatti di avviare un’azione collettiva che abbia un solo, semplice obiettivo: rimettere il merito scientifico, il valore e la serietà intellettuale al centro della sociologia accademica italiana. Il nostro, si intende, è un primo invito a quest’azione.
