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	<description>per una università  critica, riflessiva, democratica</description>
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		<title>Anche il TAR di Napoli dà ragione agli ex-assegnisti</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 17:20:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Assegni di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[ASSEGNISTI]]></category>
		<category><![CDATA[EX-ASSEGNISTI]]></category>
		<category><![CDATA[RICONOSCIMENTO DI CARRIERA]]></category>

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		<description><![CDATA[Sul riconoscimento degli assegni di ricerca a titolo della ricostruzione di carriera
Marco Pitzalis
Il TAR di Napoli riconosce il diritto alla ricostruzione di carriera dei professori e dei ricercatori che hanno goduto degli assegni ministeriali di ricerca negli anni passati (sentenza depositata il 23/07/2010).
E&#8217; un peccato che il nostro ateneo si sia intestardito a negare le evidenze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: small;">Sul riconoscimento degli assegni di ricerca a titolo della ricostruzione di carriera</span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">Marco Pitzalis</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il TAR di Napoli riconosce il diritto alla ricostruzione di carriera dei professori e dei ricercatori che hanno goduto degli assegni ministeriali di ricerca negli anni passati (sentenza depositata il 23/07/2010).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">E&#8217; un peccato che il nostro ateneo si sia intestardito a negare le evidenze che erano state presentate dai numerosi colleghi che hanno già richiesto tale riconoscimento sia presso gli uffici competenti sia in CdA (Coinu, Pitzalis, Mula).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Speriamo che ora il Direttore amministrativo voglia presentare, dalla prossima riunione di CdA, una proposta per dare la risposta che circa centocinquanta colleghi del nostro Ateneo attendono da troppo tempo.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ecco gli articoli di multiversitas che hanno posto il problema del riconoscimento degli assegni di ricerca</span></p>
<p><span style="font-size: small;">13 Maggio 2010 </span><a href="http://www.multiversitas.it/?p=821"><span style="font-size: small;">http://www.multiversitas.it/?p=821</span></a></p>
<p><span style="font-size: small;">28 Maggio 2009 </span><a href="http://www.multiversitas.it/?p=613"><span style="font-size: small;">http://www.multiversitas.it/?p=613</span></a></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;"><strong><span style="font-size: medium;"><span style="color: #ff0000;">Qui sotto l&#8217;estratto della sentenza del TAR<span id="more-837"></span><br />
</span></span></strong></span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">&#8220;Quindi, contrariamente a quanto opposto dall’Amministrazione resistente, deve ritenersi che il profilo dell’assegnista di ricerca sia equiparato a quello dei titolari di assegni di formazione scientifica e didattica, con conseguente necessità di assicurare una piena equiparazione tra i due profili.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Né, peraltro, l’Università, come anticipato, ha concretamente dimostrato che la nuova figura individuata dall&#8217;art. 51, comma 7, della legge 449/1997, sia caratterizzato da mansioni diverse da quelle dei borsisti o dei titolari di assegni biennali menzionati dall’art. 7, comma 8, della legge n. 28/1980, tale da escludere l’assimilabilità delle due posizioni professionali.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ed, invero, le argomentazioni difensive svolte sul punto sono rimaste strettamente ancorate ad affermazioni di carattere generico ed astratto, disancorate da una compiuta disamina dei compiti svolti dal ricorrente e della normativa che disciplina le figure degli assegnisti.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">In definitiva, il ricorso deve essere accolto con ogni conseguente statuizione in ordine ai benefici di carriera ed al trattamento economico del ricorrente, con la condanna dell&#8217;amministrazione resistente al pagamento delle differenze retributive connesse e conseguenti, oltre accessori ex art. 429 c.p.c. dalla data di maturazione dei singoli ratei al saldo.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">A tal riguardo, è utile osservare che sui crediti dei pubblici dipendenti anteriori all&#8217;1 gennaio 1995, data di entrata in vigore dell&#8217;art. 22, comma 36, della l. n. 724/1994, recante la regola del divieto del cumulo di rivalutazione monetaria e interessi legali, gli interessi sono dovuti sugli importi nominali dei singoli ratei dalla maturazione di ciascun rateo fino alla data del pagamento della sorte capitale e, sulla somma dovuta per rivalutazione, dalla data di costituzione in mora (che coincide con la notifica del ricorso introduttivo del giudizio) fino all&#8217;effettivo soddisfo (Consiglio Stato: sezione IV, 22 maggio 2006, n. 2989; sezione VI, 29 luglio 2005, n. 4118).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">A partire dalla data dell&#8217;1 gennaio 1995, ai sensi dell&#8217;art. 22, comma 36, della l. n. 724/1994 recante disposizioni sul cumulo tra credito per interessi e rivalutazione, l&#8217;importo dovuto per interessi va invece portato in detrazione della somma spettante a ristoro del danno sofferto per svalutazione monetaria (Consiglio Stato, sezione IV, 6 ottobre 2005, n. 5427).&#8221;</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: small;">ECCO IL LINK AL TESTO COMPLETO</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><a href="http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Napoli/Sezione%202/2007/200703074/Provvedimenti/201016962_01.XML" target="_blank"><span style="font-size: small;">http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Napoli/Sezione%202/2007/200703074/Provvedimenti/201016962_01.XML</span></a></p>
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		<title>Non ci sarà nessuna riforma.  Poniamo le basi per un nuovo dibattito</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 08:46:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Marco Pitzalis
Non ci sarà nessuna riforma. E se ci sarà una legge sarà una legge inutile. Il fatto che il dibattito si focalizzi soprattutto sulle questioni di carriera e sull’età di pensionamento dei professori la dice lunga sulla qualità politica e culturale della classe politica italiana e di quella accademica.
Si tratta di un dibattito triste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco Pitzalis</p>
<p>Non ci sarà nessuna riforma. E se ci sarà una legge sarà una legge inutile. Il fatto che il dibattito si focalizzi soprattutto sulle questioni di carriera e sull’età di pensionamento dei professori la dice lunga sulla qualità politica e culturale della classe politica italiana e di quella accademica.</p>
<p>Si tratta di un dibattito triste e inutile che perde di vista il problema centrale di una necessaria riforma: un progetto di rilancio strategico del sistema universitario nel suo complesso.</p>
<p>Ma un progetto di questo tipo avrebbe bisogno di una classe dirigente nazionale all’altezza del suo compito storico. Ma al ministero, non abbiamo Gentile …<span id="more-835"></span><!--more--></p>
<p>Questa riforma è inutile proprio perché è stupida, è costruita in modo stupido e accompagnata da un dibattito stupido. La questione strategica centrale di questo provvedimento legislativo si riferisce al controllo del corpo accademico.  Badate bene, non alla valutazione, non alla valorizzazione del merito. Bensì al controllo della comunità accademica come insieme e come individui.</p>
<p>A questo dibattito ho smesso di partecipare da lungo tempo. Ma  nella speranza che questo governo cada, credo che valga la pena tentare di abbozzare una riflessione non tanto sulla riforma dell’università, ma su una strategia per il sistema di istruzione superiore e di ricerca italiano.</p>
<p>Quello che manca a questi provvedimenti e alle proposte dell’opposizione  è una visione strategica per l’Italia e per l’università. Ci sono stati presentati dei collage di pregiudizi e di provincialismo su come dovrebbe funzionare il sistema e su come si crede che funzioni in altri paesi e sulla moralità del corpo accademico.  Evitiamo anche di discuterne. È tutto troppo stupido.</p>
<p>La discussione deve ripartire da un progetto e da una riconsiderazione della nostra tradizione accademica.</p>
<p>Nessun progetto può essere fecondo se non è capace di recuperare il meglio di una tradizione.</p>
<p>La nostra tradizione si fonda su una ricchezza: la presenza di numerose università con una storia secolare e antico prestigio, fortemente radicate nelle realtà regionali e locali. Un altro elemento, è costituito dalla pluridisciplinarità. Il processo di sviluppo universitario a livello globale ha mirato e mira a sviluppare queste due caratteristiche: radicamento territoriale e pluridisciplinarità. Noi ce le abbiamo già. Per questo dobbiamo passare al punto successivo: rafforzarle dentro sistemi regionale e dentro un sistema nazionale.</p>
<p>A livello internazionale, l’unico paese che ha sviluppato una tradizione di università specializzate e disciplinari è la Francia. Ma la politica degli ultimi 5 anni e  le strategie per il futuro vanno proprio nella direzione della ricostruzione &#8211; attraverso la fusione degli atenei  &#8211; delle università pluridisciplinari. Questo modello costituisce appunto lo standard internazionale! (Al contrario, di quanto sentiamo raccontare in Italia da alcuni imprenditori della riforma permanente).</p>
<p>Il processo di cambiamento del modello universitario in Italia, dal 1989, ha fortemente indebolito, con l’autonomia, il concetto di sistema universitario. Il modello che prevale oggi è quello competitivo e sta tutto dentro l’ideologia mercatistica, per la quale dentro il mercato dovrebbe realizzarsi la selezione delle migliori università.</p>
<p>Questo processo va invertito. Dobbiamo pensare alla ricostruzione di un sistema di governance nazionale dell’insegnamento e della ricerca. Dobbiamo favorire la cooperazione e non la competizione tra le sedi universitarie e le facoltà.  Dobbiamo favorire la costruzione di reti di ricerca interuniversitarie.</p>
<p>Dobbiamo dunque pensare ad una nuova forma di autonomia, che non sia l’autonomia delle università, fallita e annichilita dal neo-centralismo ministeriale. Ma un modello di autonomia del sistema universitario nazionale, con un suo sistema di governo autonomo, responsabile della valutazione, dell’allocazione delle risorse e garante della qualità del reclutamento universitario.</p>
<p>Un altro elemento fondamentale si riferisce all’internazionalizzazione dell’insegnamento e della ricerca.</p>
<p>Oggi la competizione globale si gioca su due livelli, il primo si riferisce al reclutamento degli studenti universitari in un mercato planetario. L’Italia deve pensare a come giocare la sua partita. La questione del reclutamento degli studenti cinesi, indiani, ecc., è una questione di natura geo-politica ed economica, non una mera esigenza di estetica universitaria.</p>
<p>Il secondo livello, si riferisce alla ricerca, la debolezza del nostro sistema di ricerca è associata alla scarsità dei finanziamenti, alla aleatorietà degli stessi, alla scarsa capacità strategica nella loro allocazione. Anche qui sappiamo che, a livello planetario, l’allocazione delle risorse e la concentrazione degli sforzi di ricerca sta andando verso direzioni ben precise (materiali, nanotecnologie, energia, ecc.) che previleggiano la ricerca di carattere industriale.</p>
<p>L’Italia ha certamente perso molto terreno in questi campi. Il punto, a mio modo di vedere, è di conciliare due esigenze: a. mantenere e migliorare le nostre posizioni nella ricerca industriale nei settori strategici; b. nello stesso tempo fare la scommessa della libertà della ricerca nel campo della ricerca di base e fondamentale.</p>
<p>Si  tratta di scommettere sulla libertà della ricerca e sulla fantasia dei ricercatori. Proprio perché siamo in ritardo e non abbiamo le risorse per seguire gli altri nei terreni dove hanno preso troppo vantaggio, dobbiamo avere il coraggio di sostenere quegli esploratori dalle cui ricerche emergeranno le strategie globali, industriali e di ricerca, del futuro.</p>
<p>Anche qui , la politica deve essere capace di ripensare gli strumenti di governance e di allocazione delle risorse. Ma anche pensare ad un sistema della valutazione che non soffochi l’innovazione, premiando semplicemente le posizioni dominanti fondate sui successi del passato, ma incapaci di premiare l’avvenire.</p>
<p>Infine, c’è il problema della governance interna degli atenei. I nostri presidi e professori ordinari non hanno colto che il modello che si sta imponendo sta modificando il sistema di governance universitaria indebolendo in maniera drastica la funzione delle facoltà. Il nostro modello tradizionale di università può essere definito come repubblica delle facoltà. Oggi questo modello, conosce, probabilmente il suo ultimo capitolo. L’ateneo emerge come soggettività forte, e l’amministrazione dell’università prende il sopravvento (con il Direttore Generale) sulle istanze di autogoverno periferiche.</p>
<p>In materia, di liberta accademiche, di controllo e valutazione, in materia di politiche del reclutamento, in materia di allocazione delle risorse, le facoltà (e i presidi) sono le vere perdenti del nuovo disegno di riforma. Se nel medioevo potevamo parlare di università degli studenti, se nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo abbiamo conosciuto l’università dei professori, la nuova università è quella dell’amministrazione.   Ora, anche qui occorre una reazione, la nostra tradizione accademica va difesa: ne va della difesa della libertà di insegnamento e della libertà della ricerca.</p>
<p>Già oggi l’insegnamento universitario è diventato fondamentalmente routinario e di tipo liceale (manualetti e lezioni standardizzate). Il sistema burocratico di valutazione che l’amministrazione ci impone rischia seriamente di imporre un controllo non sulle modalità didattica, sulla sua qualità reale, ma sui contenuti della stessa.</p>
<p>Infine, una riforma dell’università deve modificare un elemento oggi insostenibile:  l’anarchia pedagogica delle università. Negli anni cinquanta aveva ancora senso l’idea che gli studenti potessero o meno frequentare, che rifiutassero il voto e dunque la valutazione. Oggi, nell’università di massa, tutto questo è un anacronismo. Una riforma dell’università deve iniziare da qui: inquadramento degli studenti, obbligo di frequenza, obbligatorietà della valutazione. Questa è la serietà degli studi, seguire un corso, dare l’esame relativo. Una volta sola. Purtroppo vedo che alcuni nostri presidi concedono ancora spazi allo svaccamento universitario, per lisciare il pelo agli studenti, obbligano i docenti a fare appelli ogni mese. Questa deriva è l’anti-università, nella quale l’opportunismo degli studenti giustifica e sostiene quello dei docenti.</p>
<p>Sono queste le cose di cui vale la pena discutere.  Tutto il resto è gassosa.</p>
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		<title>Professori UNICA contro il DDL 1905</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 09:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[gruppo PA-Unica contro il DdL 1905
I sottoscritti PA dell’Ateneo di Cagliari esprimono il loro dissenso per il Disegno di Legge 1905  e
DENUNCIANO
- la progressiva riduzione di finanziamenti per la ricerca con conseguente gravissima penalizzazione rispetto alle capacità di poter essere competitivi sul piano nazionale e internazionale
- la perdurante assenza di idonee risorse finanziarie e strutturali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>gruppo PA-Unica contro il DdL 1905</p>
<p>I sottoscritti PA dell’Ateneo di Cagliari esprimono il loro dissenso per il Disegno di Legge 1905  e</p>
<p>DENUNCIANO</p>
<p>- la progressiva riduzione di finanziamenti per la ricerca con conseguente gravissima penalizzazione rispetto alle <span id="more-833"></span>capacità di poter essere competitivi sul piano nazionale e internazionale</p>
<p>- la perdurante assenza di idonee risorse finanziarie e strutturali di supporto alla didattica</p>
<p>- la progressiva svalutazione del ruolo di professori associati</p>
<p>- la singolare e immotivata estromissione dalle commissioni di concorso con la conseguente esautorazione di ruolo</p>
<p>- il grave sbarramento de facto della progressione di carriera</p>
<p>- il blocco degli scatti di anzianità e degli adeguamenti ISTAT nella Finanziaria</p>
<p>- l’aumento costante di impegni di carattere amministrativo &#8211; burocratico</p>
<p><strong>dichiarano piena solidarietà ai ricercatori</strong> e:</p>
<p>-     si impegnano a non assumere incarichi didattici oltre quelli stabiliti dalla Legge, in particolare si impegnano a non ricoprire insegnamenti lasciati vacanti dai ricercatori</p>
<p>-     si rifiutano di sostenere l’eventuale conferimento di contratti ad esterni relativi a tali insegnamenti</p>
<p>-     si riservano di promuovere ulteriori iniziative di protesta a sostegno di quanto sopra dichiarato</p>
<p><strong>Inoltre chiedono ai colleghi professori associati dell’ateneo di dichiarare il loro consenso alla presente sottoscrivendo il documento</strong>.</p>
<p>Firmato</p>
<p>Gruppo PA-UNICA</p>
<p>Augusta Furia</p>
<p>Cristina Cabras</p>
<p>Francesco Paoli</p>
<p>Marco Pitzalis</p>
<p>Dolores Rollo</p>
<p>Antonio Aiello</p>
<p>Stella Conte</p>
<p>Stefano Carta</p>
<p>Elisabetta Gola</p>
<p>Marco Guicciardi</p>
<p>Gian Pietro Storari</p>
<p>Loredana Lucarelli</p>
<p>Barbara de Nicolo</p>
<p>Anna Maria Maccioni</p>
<p>Giuseppe Arca</p>
<p>Ornella Manca Uccheddu</p>
<p>Gianni Murgia</p>
<p>Andrea Deffenu</p>
<p>Marco Schintu</p>
<p>NUOVI ADERENTI</p>
<ol>
<li>Giovanni      Tamponi</li>
<li>Antonio      Cazzani  Scienza delle costruzioni      Facoltà di Architettura DISIG</li>
<li>Mariano      Porcu</li>
<li>Guido Ennas  Dipartimento di      Scienze Chimiche</li>
<li>Raffaello      Cioni</li>
<li>Valeria      Sogos</li>
<li>Marco      Zurru</li>
<li>Valeria      M. Nurchi</li>
<li>Alfredo      Loi</li>
<li>Marina      Quartu</li>
<li>Anna      Musinu</li>
<li>Maurizio      Memoli</li>
<li>Annalena      Cogoni</li>
<li>Silvana      Fais</li>
<li>Maria      Assunta Dessì</li>
<li>Miriam      Melis</li>
<li>Elisabetta      Strazzera</li>
<li>Maria      Grazia Ennas</li>
<li>Mariano      Casu &#8211; Dipartimento Scienze Chimiche</li>
<li>Annalena      Cogoni</li>
<li>Giovanna      Caltagirone</li>
<li>Vincenzo      Luigi Garau</li>
<li>Antonio      Contu</li>
<li>Marco      Pistis</li>
<li>Mauro      Coni</li>
<li>Antonio      Trudu</li>
<li>Antonio      Lallai</li>
<li>Pino      Saba</li>
<li>Bruno      Marongiu</li>
<li>Paola      Fadda</li>
<li>Roberto      Deidda</li>
<li>Angela Ingianni &#8211; Department of      Science and Biomedical Technologies &#8211; Section of Applied Microbiology</li>
<li>Giuliano      Armano</li>
<li>Maria      Rosaria Melis</li>
<li>Giorgio      Concas</li>
<li>M.      Benedetta Fadda</li>
<li>Gianluigi      Bacchetta</li>
<li>Silvana      Maria Grillo</li>
<li>Rosaria      Medda</li>
<li>Albert      ABI AAD</li>
<li>Giovanni      Bongiovanni</li>
<li>Giulio      Barbieri</li>
<li>Daniele      Cocco<span style="font-family: Consolas, Monaco, 'Courier New', Courier, monospace; line-height: 18px; font-size: 12px; white-space: pre;"> </span></li>
<li><span style="font-family: Consolas, Monaco, 'Courier New', Courier, monospace; line-height: 18px; font-size: 12px; white-space: pre;"> Maria Giuseppa Corda </span></li>
<li><span style="font-family: Consolas, Monaco, 'Courier New', Courier, monospace; line-height: 18px; font-size: 12px; white-space: pre;">Gian Piero Deidda</span></li>
<li>Giovanni      M. Sechi</li>
<li>Elio      Acquas</li>
<li>Corrado      Zoppi</li>
<li>Giannina Sanna</li>
</ol>
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		<title>Docenti in pensione, i rischi di una riforma</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 08:14:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gaetano di Chiara]]></category>
		<category><![CDATA[Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Meloni. PD]]></category>
		<category><![CDATA[pensiomento docenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Gaetano Di Chiara
Il ddl sulla riforma dell&#8217;Università approda al Senato e il ministro Gelmini dichiara: «Dopo i 70 anni si va a casa senza se e senza ma. Altrimenti si penalizzano i giovani. La cosa migliore sarebbe abbassare l&#8217;età pensionabile a 65 anni, e non escludo che il governo possa presentare un emendamento in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Gaetano Di Chiara</p>
<p>Il ddl sulla riforma dell&#8217;Università approda al Senato e il ministro Gelmini dichiara: «Dopo i 70 anni si va a casa senza se e senza ma. Altrimenti si penalizzano i giovani. La cosa migliore sarebbe abbassare l&#8217;età pensionabile a 65 anni, e non escludo che il governo possa presentare un emendamento in tal senso alla riforma dell&#8217;università». Questa è in effetti la proposta del responsabile del Pd per l&#8217;Università, Marco Meloni.</p>
<p>Queste dichiarazioni del ministro hanno avuto l&#8217;effetto di una bomba sull&#8217;università, che ha già visto in tre anni una riduzione di 5 anni dell&#8217;età pensionabile dei docenti.</p>
<p>Ma la proposta della strana coppia Gelmini/Meloni è in controtendenza con il resto d&#8217;Europa, dove l&#8217;innalzamento<span id="more-828"></span> dell&#8217;aspettativa di vita ha imposto una revisione dell&#8217;età pensionabile. Per esempio, il 63 per cento degli inglesi è favorevole a portare a 68 anni l&#8217;attuale limite di 65, una proposta sostenuta anche dai laburisti.</p>
<p>D&#8217;altra parte, il pensionamento obbligatorio è in contrasto con il principio, stabilito dalla Ue nel 2000, della non discriminabilità per età, oltre che per sesso, razza e religione. Secondo questo principio, l&#8217;età avanzata non è criterio sufficente per interrompere un rapporto di lavoro: nel caso dei docenti universitari, non l&#8217;età ma l&#8217;efficenza didattica e la produttività scientifica dovrebbero essere i criteri.</p>
<p>Questo è quello che succede negli Usa, dove un docente può continuare ad insegnare e fare ricerca fino a che è in grado di mantenere gli standards qualitativi dell&#8217;università nella quale lavora.</p>
<p>Ma, secondo Sylos Labini e Zapperi (Nature), non ha senso trapiantare in Italia la normativa Usa perchè i due paesi utilizzano diversi criteri di progressione di carriera universitaria, meritocratico gli Usa, anzianità di ruolo l&#8217;Italia. A questo si può obbiettare che l&#8217;Italia si appresta a introdurre il criterio meritocratico nella selezione dei docenti.</p>
<p>Così, la proposta di Michele Salvati sul Corriere della Sera, pur fissando a 65 anni l&#8217;età pensionabile, prevede che i docenti migliori possano rimanere oltre i 65. La proposta Salvati è in effetti ciò che da tempo viene attuato in Gran Bretagna. Così, nelle università di Cambridge e Oxford i professori ordinari più prestigiosi possono, a domanda, rimanere in servizio fino a 68 anni. Il sistema universitario inglese, già piuttosto selettivo e meritocratico, può così avvantaggiarsi di un ulteriore meccanismo di selezione.</p>
<p>Ma cosa succederebbe in Italia se si applicasse nell&#8217;attuale congiuntura e senza un periodo transitorio, la proposta Salvati?</p>
<p>Le università non virtuose, afflitte da uno sfondamento della quota per stipendi oltre il 90 per cento dell&#8217;Ffo (fondo statale di finanziamento), utilizzerebbero la norma per risanare il bilancio e finirebbero per mandare in pensione anche i loro docenti migliori. Ma anche per le università statali virtuose sarà difficile superare il principio <em>democratico</em> del “o tutti o nessuno”.</p>
<p>In ogni caso, stante la legge Tremonti, che taglia drasticamente i posti di docente liberati, il sacrificio degli ultra65enni sarebbe compensato solo in minima parte da nuovi posti di professore. Risultato: perdita secca di posti di docente, drastica riduzione dell&#8217;offerta formativa e crollo del livello qualitativo del corpo docente. Insomma, anche la proposta Salvati, calata nella nostra realtà, darebbe il colpo di grazia all&#8217;università italiana.</p>
<p>Ma allora, per l&#8217;università italiana non vi è alcuna possibilità di salvezza ?</p>
<p>Noi pensiamo che l&#8217;università italiana possa salvarsi, e la parola d&#8217;ordine è semplice: valutazione. Si tratta di applicare il principio della valutazione a tutti i livelli di età e gerachia, dai ricercatori ai professori ordinari, dai 30enni ai 65enni.</p>
<p>Ci rendiamo conto che questa sarebbe una rivoluzione ma proprio per questo non si può attuare dall&#8217;oggi al domani. Non vorremmo che il pensionamento dei 65enni facesse cadere l&#8217;università nel caos, come quello nel quale precipitò l&#8217;assistenza ai malati di mente con la legge Basaglia, che chiuse i manicomi senza aver approntato strutture  e modalità sanitarie alternative.</p>
<p>Bisogna prima elaborare e mettersi d&#8217;accordo sul metodo di valutazione da applicare e solo dopo attuare il pensionamento selettivo dei 65enni. Ovviamente, il metodo utilizzato per valutare è il punto critico di tutta la questione. Un metodo sbagliato può fare più danni di una non-valutazione. Nel campo strettamente scientifico esistono metodi bibliometrici che evitano l&#8217;utilizzazione delle commissioni di esperti, sempre soggettivo.</p>
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		<title>Le perplessità dei ricercatori sulle prospettive dell&#8217;Ateneo</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 21:37:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salvare l'Università]]></category>

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		<description><![CDATA[Lettera dei Ricercatori al Rettore del&#8217;Università di Cagliari
La situazione dell&#8217;Universita&#8217; italiana e della nostra in particolare e&#8217; drammatica. Persino la VII commissione cultura del Senato della Repubblica ha messo nero su bianco il 22 giugno, fra le altre cose, &#8216;che allo stato per il 2011 le risorse del settore risultano inferiori per un miliardo e 300 milioni di euro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lettera dei Ricercatori al Rettore del&#8217;Università di Cagliari</p>
<p>La situazione dell&#8217;Universita&#8217; italiana e della nostra in particolare e&#8217; drammatica. Persino la VII commissione cultura del Senato della Repubblica ha messo nero su bianco il 22 giugno, fra le altre cose, &#8216;che allo stato per il 2011 le risorse del settore risultano inferiori per un miliardo e 300 milioni di euro rispetto alle esigenze, determinando un gap tra spesa per il personale e FFO, al netto dei pensionamenti e considerando il blocco delle assunzioni, tale da impedire la vita stessa degli atenei&#8217;.<br />
<span id="more-826"></span><br />
Nonostante questo, abbiamo sentito il Suo intervento nell&#8217;incontro dibattito sul DdL 1905 di mercoledì 23 giugno nel quale ha affermato senza ambiguita&#8217; che a Suo avviso i ricercatori universitari non hanno piu&#8217;<br />
ragioni di protestare, che faremo tanti concorsi nei prossimi anni, che sostanzialmente i soldi li abbiamo e che non ci sono problemi. Queste affermazioni lasciano veramente perplessi, prima di tutto perche&#8217; si tenta<br />
in modo artefatto di sminuire la portata della protesta che i ricercatori portano avanti da lunghi mesi in difesa dell&#8217;Universita&#8217;. In secondo luogo si direbbe che Lei trascuri il fatto che nello stesso bilancio di<br />
previsione dell&#8217;Università di Cagliari è scritto che per noi nei prossimi anni si prefigura sostanzialmente il quadro di un dissesto finanziario.<br />
Nulla e&#8217; cambiato se non in peggio da quando quel bilancio e&#8217; stato approvato.</p>
<p>Noi universitari abbiamo una grande responsabilita&#8217; verso noi stessi e verso gli altri, avendo un ruolo chiave nella produzione e diffusione della conoscenza che fa di noi delle persone che hanno nel loro lavoro<br />
obblighi aggiuntivi rispetto a chi lavora in altri campi. Proprio per questo e&#8217; fondamentale riflettere bene prima di fare le nostre scelte.</p>
<p>Lei ci dice di fare affidamento sulla Regione, ma dato il quadro generale della manovra economica nazionale e l&#8217;assenza di un qualunque impegno scritto pluriennale questa affermazione risulta priva delle necessarie<br />
caratteristiche di solidita&#8217; per una corretta previsione prospettica, così come, in assenza di provvedimenti legislativi specifici, qualunque affermazione riguardo ad una concorsualita&#8217; congrua nei prossimi anni.</p>
<p>Il problema non può poi essere ridotto al mero aspetto economico, date le numerose criticita&#8217; contenute nel DdL 1905S nella sua forma attuale che minerebbero alla base la struttura dell&#8217;Universita&#8217;, nascoste con un paio di pennellate di finta meritocrazia e di finta efficienza.</p>
<p>In questo contesto risulta quindi palese che il continuare ad assecondare le manovre del Governo, il chiedere la pronta approvazione del DdL 1905S  &#8217;Gelmini&#8217;, il chiedere dei soldi a fronte dello sfascio sia una posizione che non va davvero a tutela dell&#8217;Universita&#8217; perché mette una toppa per il presente senza salvaguardare minimamente il futuro. La discussione attuale sull&#8217;offerta formativa dell&#8217;Universita&#8217; deve quindi entrare in questo contesto e deve mettere in luce quelle criticita&#8217; che rendono il quadro<br />
completo dell&#8217;offerta stessa alquanto incerto nei prossimi pochissimi anni, tanto da non poter garantire tutto, in diversi casi, neanche per l&#8217;intera durata del corso di studi.</p>
<p>L&#8217;Università di Cagliari non puo&#8217; quindi far finta di nulla e continuare con una politica dello struzzo: il rinvio del Manifesto degli Studi per l&#8217;intero Ateneo pare quindi un&#8217;opzione che non puo&#8217; essere scartata a<br />
priori.</p>
<p>Per questo motivo i ricercatori ritengono indispensabile che il Rettore si renda disponibile per un incontro con i ricercatori prima della riunione del Senato Accademico nella quale verra&#8217; trattato l&#8217;argomento del<br />
manifesto degli studi del prossimo anno accademico.</p>
<p>Luigi Atzori<br />
Umberto D&#8217;Alesio<br />
Aide Esu<br />
Gianfranco Fancello<br />
Stefano Federici<br />
Antioco Floris<br />
Franco Frau<br />
Antonio Funedda<br />
Francesca Mocci<br />
Guido Mula<br />
Valentina Onnis<br />
Luca Piras<br />
Mariangela Usai<br />
Filippo Zerilli<br />
in rappresentanza dei ricercatori di Cagliari</p>
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		<title>Docenti ex-assegnisti. La vertenza nell’ateneo Cagliaritano.</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 15:21:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Pitzalis
La retorica ipocrita della flessibilità applicata all’università.
Da diversi anni molti docenti hanno fatto domanda all’Ufficio personale dell’Università di Cagliari per il riconoscimento di carriera relativo agli anni di servizio svolti come “assegnisti ministeriali”.
Occorre precisare che nella maggior parte delle Università italiane tale riconoscimento è avvenuto già da anni e vi sono pareri positivi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #000080;">di Marco Pitzalis</span></h3>
<h2><span style="font-size: small;"><span style="color: #000080;">La retorica ipocrita della flessibilità applicata all’università.</span></span></h2>
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #000080;">Da diversi anni molti docenti hanno fatto domanda all’Ufficio personale dell’Università di Cagliari per il riconoscimento di carriera relativo agli anni di servizio svolti come “assegnisti ministeriali”.</span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Occorre precisare che <strong>nella maggior parte delle Università italiane tale riconoscimento è avvenuto già da anni </strong>e vi sono pareri positivi da parte di svariate Avvocature dello Stato, tra cui, la prima, quella di Firenze nel 2004!<span id="more-821"></span><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Già da quegli anni anche nell’università di Cagliari molti colleghi hanno fatto domanda di riconoscimento <strong>senza ricevere una risposta</strong>!</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Noi stessi abbiamo su Multiversitas sollevato il problema un anno fa. </span></span><a title="articolo maggio '09" href="(http://www.multiversitas.it/?p=613)."><span style="color: #000080;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">(CLICCA QUI)</span></span></span></span></a></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Ora siamo alla stretta finale. I colleghi sono stati molto saggi e pazienti con la gestione del nuovo Rettore e di fronte alla crisi hanno bloccato le vertenze che stavano partendo nell’autunno del 2009.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Da allora<strong> ancora nessuna risposta ufficiale</strong>.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Nella <strong>seduta del CdA del 26 maggio 2010</strong>, il Direttore amministrativo dovrebbe finalmente portare i dati economici relativi ad un eventuale riconoscimento dei diritti dei docenti. Occorre dire che il CdA dovrebbe censurare il comportamento di un’amministrazione che ha impiegato un anno per fornire (si spera) le informazioni esplicitamente richieste dal CdA e che ha finora omesso di fornire ai membri del Consiglio.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">È chiaro che <strong>il tempo del “pensamento” è finito</strong> ed è il momento della decisione e della responsabilità.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Questo articolo è diretto a motivare la ragione per la quale il CdA deve accordare questo riconoscimento ai docenti che ne hanno diritto.</span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Le ragioni giuridiche sono state abbondantemente sviscerate dal collega Alberto Pagliarini di cui allego qui il link. <a title="blog Pagliarini" href="http://albertopagliarini.blogspot.com/2010/02/assegni-di-ricerca-e-ricostruzione-di.html">(CLICCA QUI)</a></span></span></p>
<p><span style="font-size: small; color: #000080;">Qui vorrei aggiungere una postilla politica.</span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">La vecchia normativa (che ha introdotto l’assegno di ricerca) così come la nuova (che prevede l’introduzione del ricercatore a tempo determinato) ha introdotto un principio di flessibilità nel processo di ingresso alla carriera universitaria. Tale flessibilità ha buone ragione per esistere. Occorre che all’inizio la selezione e l’ingresso siano sufficientemente aperti e appunto flessibili. Essere assegnisti però non dà diritto alla carriera universitaria (giustamente). Così come non ne costituirà un diritto l’accesso ai ruoli di ricercatore a tempo determinato.</span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Occorre però essere coscienti che l’utilizzo di tali strumenti non deve prescindere da un elemento fondamentale. L’assegnista (e il futuro ricercatore a TD) che successivamente diventerà ricercatore e professore, avrà superato le prove per le quali quella parte della sua carriera deve essere a tutti gli effetti considerata come parte di <strong>un&#8217;unica carriera universitaria.</strong></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Ben diverso è stato il trattamento ricevuto dai professori che sono stati assistenti negli anni sessanta, non l’hanno avuto i contrattisti degli anni Settanta e nemmeno i tecnici laureati degli anni Ottanta.</span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Il nuovo ddl rischia di cancellare questo diritto. Si rischia così di acuire <strong>una situazione di discriminazione generazionale</strong>, comune nel mercato del lavoro italiano, ma non per questo meno odiosa per chi la subisce. Bisognerebbe ricordare che il profilo di remunerazione della carriera universitaria, con l&#8217;anticipo del periodo pensionistico, il blocco delle carriere e le prospettive di taglio degli stipendi del Ddl in discussione offre alle nuove generazioni condizioni non paragonabili rispetto a prima.</span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;">Infine, si rischia di creare u<strong>na condizione di disparità con i colleghi</strong> <strong>delle università italiane </strong>di quella stragrande maggioranza di università che questi diritti li ha già riconosciuti.</span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;"><span style="font-size: 13px;">Ora, chi governa l’università e ha goduto nel tempo di tanti privilegi (o di condizioni comunque non sostenibili nel tempo) non dovrebbe impedire alle generazioni successive il riconoscimento di un diritto importante e simbolico. <strong>Si tratta di riconoscere il lavoro svolto per l&#8217;istituzione.</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong> </strong></span></p>
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		<title>Una riforma all&#8217;americana, no all&#8217;amatriciana</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 16:54:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Ferrara*
Avendo per diversi anni fatto diretta esperienza del sistema americano, volevo offrire due parole di chiarimento su che cosa è la tenure-track. Il fatto che un posto di livello iniziale sia su tenure-track significa che budgetariamente l&#8217;università che lo bandisce si assume l&#8217;onere (o che accantoni da subito le somme necessarie o che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Alessandro Ferrara*</p>
<p>Avendo per diversi anni fatto diretta esperienza del sistema americano, volevo offrire due parole di chiarimento su che cosa è la tenure-track. Il fatto che un posto di livello iniziale sia su tenure-track significa che budgetariamente l&#8217;università che lo bandisce si assume l&#8217;onere (o che accantoni da subito le somme necessarie o che se le procuri in seguito) di finanziare il prosieguo di carriera fino a ordinario &#8211; FATTO SALVO IL GIUDIZIO DI MERITO.  La differenza con l&#8217;Italia si coglie bene se si guarda al dato aggregato. Se ci sono 10 ricercatori su tenure track in un dipartimento, l&#8217;università ha l&#8217;obbligo di fornire i fondi per il passaggio ad associato a tutti, sempre salvo il giudizio di merito, e non a un sottoinsieme. Non può accadere quindi quel tipico fenomeno italico, per cui in consiglio di facoltà il preside<span id="more-814"></span> annuncia che è riuscito ad ottenere fondi per bandire 5, 6, 7 posti di associato, mentre ci sono 50 ricercatori in attesa, e dunque poi il vero concorso è ottenere che si bandisca ad esempio numismatica piuttosto che francese, mentre quello finto è far vincere il candidato locale sul posto bandito. I due sistemi quindi richiedono &#8211; per andare avanti nella carriera &#8211; due tipi di capacità completamente diversi. Quello italiano  richiede che si sia organici a una maggioranza di consiglio di facoltà che spingerà per il bando giusto, mentre le pubblicazioni da sole non hanno mai fatto vincere a nessuno un concorso, quello americano richiede che si passi il giudizio di merito, mentre ognuno ha un proprio bando tutto per sé e non sorge il problema di orientare le scelte del consiglio di facoltà.</p>
<p>Questa è la fondamentale differenza, ignorata dai sostenitori della tenure track all&#8217;italiana. Come molto dell&#8217;americanismo alle vongole oggi in voga, solo i nomi sono in comune con il sistema americano, non la sostanza. Quando addirittura non siamo all&#8217;invenzione pura, come nel caso della famigerata piramide. Nessun dipartimento americano si sognerebbe di avere piu ricercatori che associati e piu associati che ordinari!  Al contrario, la composizione tipica è un 50% di full professors, e il rimanente 50% diviso a metà o quasi fra associate professors (con tenure) e  assistant professors (senza).</p>
<p>Questo solo per chiarire come stanno le cose.  Sulla chiamata diretta le cose sono più complesse. Avrebbe una sua logica, quella di non imporre dall&#8217;alto o da un &#8220;centro&#8221; disciplinare nazionale profili scientifici che non sono adeguati alla realtà dell&#8217;università che chiama, però nella pratica italiana questo significa solo che le consorterie locali chiamano i loro adepti e ignorano gli altri, ancorché più qualificati.</p>
<p>Si dirà che anche la tenure-track all&#8217;americana se introdotta in Italia significherebbe una ope legis. Questo ci porta al cuore del problema, che purtroppo per una volta NON è politico. Qualunque istituto estero, se introdotto in una comunità con un ethos come dire &#8220;particolare&#8221;, produce un risultato diverso. Da ultimo il sacrosanto istituto della peer-review e dei referee. Non c&#8217;è rivista pubblicata in Italia anche dallo stampatore dietro l&#8217;angolo che non rechi la scritta &#8220;Gli articoli sono vagliati da referee&#8221;. La realtà che c&#8217;è veramente sotto, nessuno la conosce. Il tema più di fondo è che la legge può riflettere più o meno adeguatamente un ethos che già esiste, al massimo sorreggerlo con la sua forza, ma non può crearlo ove non esista. Come disse un dimenticato Segretario del PCI nel 1980: &#8220;Il cuore del problema italiano è la questione morale&#8221;. L&#8217;università, nel suo piccolo come si dice, non fa eccezione.</p>
<p><strong></strong><strong>* titolo originale: TENURE TRACK: QUELLA VERA E QUELLA ALLE VONGOLE</strong></p>
<p><strong></strong><strong>Articolo apparso sul sito dell&#8217;ANDU <a href="http://www.andu-universita.it/2010/05/10/la-tenure/">http://www.andu-universita.it/2010/05/10/la-tenure/</a></strong></p>
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		<title>Asor Rosa: I dolori di un vecchio Palindromo  nell’estinzione della sinistra tradizionale</title>
		<link>http://www.multiversitas.it/?p=808</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 19:33:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[CULTURA]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Pitzalis*
Nel suo libro-intervista, “Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali” (Ed. Laterza, 2009), Alberto Asor Rosa discute la tesi dell’estinzione dell’intellettuale. Tale crisi ed estinzione sarebbero maturate a partire dalla fine degli anni settanta per raggiungere il culmine con l’avvento del berlusconismo. Nella lunga intervista, i temi toccati sono numerosi ed emerge un ritratto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: small;">di Marco Pitzalis*</span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">Nel suo libro-intervista, “Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali” (Ed. Laterza, 2009), Alberto Asor Rosa discute la tesi dell’</span><em><span style="font-size: small;">estinzione</span></em><span style="font-size: small;"> dell’intellettuale. Tale crisi ed estinzione sarebbero maturate a partire dalla fine degli anni settanta per raggiungere il culmine con l’avvento del berlusconismo. Nella lunga intervista, i temi toccati sono numerosi ed emerge un ritratto del novecento in cui si intrecciano la storia nazionale, quella della sinistra italiana e il rapporto che questa ha stabilito con gli intellettuali fino alla crisi di questo rapporto.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Leggere questo libro è come fare un viaggio con uno dei </span><em><span style="font-size: small;">fasolt</span></em><span style="font-size: small;"> della cultura italiana, che ti accompagna raccontando il panorama della storia intellettuale e politica del nostro paese.</span></p>
<p><span id="more-808"></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Si tratta anche di un racconto essenzialmente autobiografico. In cui emerge il grido di dolore di un vecchio nobile della cultura italiana che vede crollare quel mondo in cui l’aristocrazia intellettuale giocava un ruolo centrale nel campo del potere.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il canuto Asor Rosa che racconta la scomparsa di un mondo (del suo mondo) ricorda la figura del Barone von Trotta, protagonista della Marcia di Radezky di J. Roth. Trotta osserva il tramonto di un universo di rapporti sociali. Attraverso i suoi occhi si dipana un affresco in cui emergono i segni che annunciano la fine dell’impero Austro-Ungarico e del suo universo di valori. È interessante osservare che, a rigore, nella tesi di Asor Rosa, l’epoca storica in cui realmente il ceto intellettuale svolge il proprio ruolo si esaurisce con i nuovi assetti politici e sociali usciti dalla prima guerra mondiale. Infatti, il periodo aureo degli intellettuali corrisponde alla democrazia borghese a cavallo del 1900, mentre i due regimi successivi – “dittatura” e “democrazia di massa” – sarebbe stati nefasti per il “ceto intellettuale”.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ora l’intervista di Asor Rosa presenta alcuni aspetti paradossali. Da buon “palindromo” riesce a dire una cosa e il suo contrario, ad essere marxista ortodosso e nello stesso idealista (hegeliano), gramsciano e anti-gramsciano. Comunista fedele al partito e insieme eretico e pronto alla rottura.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il limite principale dello sguardo di Asor Rosa è di raccontare una storia troppo italiana. Il campo intellettuale di riferimento è quello nazionale. La globalizzazione e i cambiamenti del capitalismo (tra i quali la fine della grande fabbrica) sarebbero lo sfondo di questa tragedia, uno sfondo oscuro da cui emerge una massa indistinta e barbara “senza ideale in cui sperar”. Massa informe che prende il posto dell’ordinata e illuminata (dagli intellettuali) classe operaia. La paura dell’altro –</span></p>
<p><span style="font-size: small;">di questo proletariato informe che emerge da oscure nazioni – prende la forma classica di una difesa della tradizione e della civiltà.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il miglior Asor Rosa lo troviamo nelle pagine in cui ribatte ai teorici della post-modernità e mostra la propria insofferenza (che condivido) per teorici alla Z. Bauman e per i loro affreschi storico-sociali.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Nel racconto c’è spazio anche per il dubbio e l’auto-ironia, ma questi si dissolvono al suono della sua personale marcia di Radeztky: il tema della morte dell’intellettuale.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Questo è un tema trito. Ricorre continuamente nel corso del novecento. Già alla fine del diciannovesimo secolo, a partire dal nuovo rapporto tra scienza e tecnica e con la crescente specializzazione delle scienze, si tematizza la fine dell’unità del sapere e l’idea della morte dell’università. Ma, rispetto ai cambiamenti tecnologici avvenuti in passato, Asor Rosa rivendica l’eccezionalità della “rivoluzione” attuale (che per l’autore è in verità un collasso morale e cognitivo).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La perdita di centralità del “libro” e della parola scritta costituirebbe l’elemento centrale del collasso della civiltà. L’argomentazione è debole. Densa di affermazioni non dimostrate e puramente suggestive. La civiltà europea è una civiltà della scrittura, dice Asor Rosa, la nuova civiltà montante è la civiltà dell’immagine. È evidente che si tratta di un falso storico. La maggior parte degli uomini hanno vissuto fino a pochi lustri fa nell’analfabetismo. La cultura e la storia della cultura erano mediate dalle parole e dalle immagini (si pensi alle gesta degli eroi e dei santi incise o dipinte su portali e colonne) e la parola scritta per secoli è stata mediata dall’interpretazione dei chierici.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La diffusione della scrittura a livello di massa è storia recentissima. Appunto con la creazione dei giornali moderni e della moderna editoria. Si passa dunque dal Libro ai </span><em><span style="font-size: small;">libri. </span></em></p>
<p><span style="font-size: small;">Il disastro cui Asor Rosa fa riferimento è rappresentato dal fatto che oggi i </span><em><span style="font-size: small;">maître à penser</span></em><span style="font-size: small;"> avrebbero perso la propria funzione storica, di interpretazione del Libro (la cui manifestazione laica è rappresentata dall’Enciclopedia).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ecco quello che Asor Rosa rifiuta: l’idea di una società culturalmente democratica e laica. Mentre esalta il mito di una società tradizionale che seguiva i miti e i propri sacerdoti.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La nostra è la civiltà dall’intellettualità diffusa. La cultura di massa, la scuola di massa, l’alfabetizzazione di massa avrebbero prodotto quindi un’umanità più ignorante. La qualità non andrebbe d’accordo con la quantità. Vecchio assunto di senso comune, difficile da smentire. Eppure, un recente studio condotto in Francia, ha mostrato che gli studenti delle </span><em><span style="font-size: small;">classes préparatoires</span></em><span style="font-size: small;"> (l’élite scolastica francese), pur cresciuti di numero (essendo sette volte più numerosi rispetto al 1950), hanno migliorato la qualità media! Credo che questo valga per tutte le nazioni. L’idea che l’istruzione di massa abbia ridotto il capitale culturale di ciascuno è debole, e indimostrata. In realtà, l’istruzione di massa e l’espansione del sistema educativo dovrebbero farci intuire che il capitale culturale globale è aumentato e meglio distribuito. Rimangono problemi anche gravi. Ma non rimpiango le epoche in cui in Italia vi era una élite di laureati e una massa di analfabeti totali.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">L’elemento centrale dell’intervista si riferisce al rapporto tra intellettuali e partiti tradizionali nel secondo dopoguerra e in particolare con il Partito comunista. Tale relazione e la posizione privilegiata del cosiddetto “ceto colto” viene analizzata con il vecchio armamentario marxista. Secondo Asor Rosa è il rapporto con la grande borghesia e con la classe operaia che permette al “ceto colto” di esistere e di avere una funzione guida (i </span><em><span style="font-size: small;">maîtres à penser</span></em><span style="font-size: small;">). La dissoluzione di tali classi sociali – come effetto strutturale dei cambiamenti nella sfera economica e sociale – avrebbe portato alla perdita di radicamento della sinistra tradizionale e all’isolamento sociale (sic!) degli intellettuali.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">L’impressione è che manchi un quadro interpretativo capace di rendere conto di questo processo.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il riferimento a Pierre Bourdieu – introdotto dall’intervistatrice – non viene colto da Asor Rosa. Eppure proprio questo intellettuale ha fornito strumenti validi per analizzare il rapporto tra campo intellettuale e campo del potere. Ma è appunto la nozione di “campo” che fa la differenza: mentre Asor Rosa – nella sua cassetta degli attrezzi – trova solo il concetto di classe. Il concetto di campo permette infatti di ragionare in termini strategici, in termini di “regole del gioco” e in termini strutturali. Bourdieu mostra che i meccanismi di dominio e di riproduzione sociale (così come la riproduzione delle condizioni di dominio) si fondano sulla distribuzione relativa di due tipi di capitale: il capitale culturale e il capitale economico. Questi due capitali strutturano lo spazio sociale e il campo del potere. Nella società moderna, e in particolare dopo il secondo dopoguerra, queste due forme di capitale hanno strutturato lo spazio sociale e quello politico. Negli ultimi 15 anni, lo scontro tra Prodi “l’intellettuale” e Berlusconi “l’imprenditore” è paradigmatico di una lotta per il dominio politico che contrappone gruppi sociali differenti, caratterizzati da una prevalenza di risorse di carattere culturale o di carattere economico. L’elettorato si divide su linee di faglia che vedono prevalere una o l’altra delle forme di capitale: il ceto medio-intellettuale schierato a sinistra, piccoli imprenditori e commercianti schierati a destra. E gli operai? Questi hanno perso le ragioni per dare il proprio voto ai partiti di sinistra.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il loro orientamento elettorale sembra oggi determinato non sulla base della specificità del lavoro operaio dipendente, ma dal fatto di essere legato ai destini dell’imprenditore. La rappresentazione di una convergenza di interessi e di una vicinanza sociale e culturale tra operai e piccoli imprenditori è stata il frutto di una battaglia politica e culturale che la destra ha vinto. Questi elementi spiegano il voto alla Lega Nord. La crisi della sinistra è ben reale tra i ceti produttivi. Essa infatti rappresenta gli interessi della borghesia intellettuale e dei colletti bianchi.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">E le classi in tutto questo? Le classi non sono mai esistite, se non nella misura in cui si è riusciti a farle esistere attraverso il lavoro politico e l’egemonia culturale.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il campo intellettuale è un campo autonomo? Lo è stato? Lo è adesso? Certamente dal racconto di Asor Rosa emerge un gruppo di intellettuali che gioca la propria partita nel “campo del potere”. Il rapporto col partito comunista è ambivalente. Il gruppo che dirige il PCI ha bisogno degli intellettuali per legittimarsi e gli intellettuali si avvalgono di questo appoggio anche nelle lotte di dominazione dentro il campo accademico e nel campo intellettuale più in generale.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">La stessa storia politica di Asor Rosa ci dà un esempio del significato di questo rapporto. Mi riferisco al suo rifiuto della svolta di Occhetto alla Bolognina, che porta alla fine del PCI e apre la strada alla stagione ulivista. Egli rifiutò la prospettiva che sarebbe stata più consona alla sua storia intellettuale e abbracciò la vecchia destra stalinista del partito. Oggi Asor Rosa ammette l’errore ma ne dà una lettura psicologistica. Ma non ci fu errore. In realtà, vi è una spiegazione “strutturale” alla sua scelta: la morte del partito comunista significava la fine della rendita di posizione di cui ha goduto per cinquanta anni da intellettuale “eretico” di area comunista.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">È questo il grido di dolore che emerge dalle sue parole e la ragione “strutturale” della sua denuncia dell’isolamento sociale dell’intellettuale e della sua estinzione.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: small;">* articolo già pubblicato su Sardinews</span></p>
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		<title>I rapporti con la Regione: Tira un’aria nuova nelle università sarde</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 21:27:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salvare l'Università]]></category>
		<category><![CDATA[Gaetano di Chiara]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gaetano Di Chiara
Che l’Università di Cagliari non navighi in buone acque lo si capisce, ma sarebbe perlomeno prematuro prendersela con Giovanni Melis, il rettore insediatosi da appena 4 mesi. Infatti, che il 2010 sarebbe stato un annus horribilis per le università della Sardegna, era ampiamente previsto da almeno due anni, cioè dal 2008, l’anno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;"><em>di Gaetano Di Chiara</em></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Che l’Università di Cagliari non navighi in buone acque lo si capisce, ma sarebbe perlomeno prematuro prendersela con Giovanni Melis, il rettore insediatosi da appena 4 mesi. Infatti, che il 2010 sarebbe stato un </span><em><span style="font-size: small;">annus horribilis </span></em><span style="font-size: small;">per le università della Sardegna, era ampiamente previsto da almeno due anni, cioè dal 2008, l’anno del decreto Tremonti, che stabiliva il taglio progressivo dei fondi statali alle università dal 2009 al 2013 e che prevede per il 2010 l’incremento negativo massimo (-300%) rispetto all’anno precedente ( da &#8211; 63,5 milioni di euro del 2009 a -190 milioni di euro del 2010).<span id="more-806"></span><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Tuttavia, in mezzo a tanta crisi vi è un aspetto positivo: quello dei rapporti tra il governo regionale e l’università di Cagliari. Come ben sanno gli universitari, tra l’Università di Mistretta e la Regione di Soru, salvo un tardivo riavvicinamento, non è mai corso buon sangue.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Questa mancanza di feeling ha comportato un’insuperabile difficoltà dell’università di Cagliari ad istaurare un rapporto di collaborazione con la Regione Sardegna su temi di reciproco interesse. Inoltre vi è stata in passato, a voler essere benevoli, poca coordinazione tra le università di Cagliari e Sassari per quanto riguarda l’accesso ai fondi regionali.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Come è immaginabile, le possibilità di interazione proficua tra Università e Regione sono estremamente ampie, dal campo dell’istruzione a quello della ricerca di base ed applicata. L’università è, di fatto, la maggiore impresa pubblica dell’Isola, e i suoi prodotti hanno un elevato valore aggiunto che la Regione può convenientemente utilizzare ai fini dello sviluppo (un tempo si diceva Rinascita) della Sardegna.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Premessa necessaria per questa collaborazione è l’elaborazione di una politica regionale globale che non veda le due università come alternative ed in competizione ma piuttosto complementari e che d’altra parte consideri la Regione Sardegna e l’Università come istituzioni indipendenti e dotate di funzioni e poteri distinti ma integrabili.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Sta di fatto che il bando del governo Soru per il 2009 sulla legge regionale Gessa (LR 7/2007) per la ricerca di base, ha ricevuto da</span></p>
<p><span style="font-size: small;">ll’attuale giunta regionale un finanziamento aggiuntivo di 11,6 milioni di euro, quasi il doppio di quanto stanziato a suo tempo dalla giunta Soru per lo stesso bando. A questi fondi si aggiungono altre risorse che portano a circa 23 milioni di euro i fondi per la ricerca universitaria stanziati solo per il 2009 dalla giunta Cappellacci. Altrettanti fondi saranno disponibili per il 2010.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Per quanto riguarda la didattica e l’alta formazione, la Regione, attraverso l’assessorato alla programmazione, prevede di destinare un totale di almeno 100 milioni di euro dei fondi europei per l’attivazione di borse di studio per i dottorati di ricerca, per posti di ricercatore a tempo determinato e per la mobilità dei ricercatori sardi presso centri di eccellenza internazionali al fine di costituire una rete di piattaforme di ricerca presso le università sarde. Questi fondi, bisogna precisare, sono aggiuntivi a quelli che sono da sempre disponibili per l’attivazione di corsi di studio necessari a coprire le esigenze regionali nei vari comparti professionali.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Questi sono fatti e su questi fatti c’è poco da obiettare ma solo da auspicare che il clima di collaborazione, che ha coinciso con il rinnovo dei rettori sia a Cagliari che a Sassari e della giunta regionale, continui.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span></p>
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		<title>Triti riti. Studenti in costume tradizionale-rivoluzionario e la manifestazione fa Flop!</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 07:02:25 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Studenti e docenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Lorenzo Carrogu*
Martedì 17 novembre, manifestazione per il diritto allo studio. Mi dirigo verso piazza Garibaldi per partecipare al corteo e sono ormai arrivato alla fine di via Paoli quando comincio a sentire “venti bottiglie di vino” della Bandabardò che, se devo dire la verità, comincia ad irritarmi. Una volta arrivato mi guardo intorno e mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="font-size: small;"><strong>Lorenzo Carrogu*</strong></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: small;">Martedì 17 novembre, manifestazione per il diritto allo studio. Mi dirigo verso piazza Garibaldi per partecipare al corteo e sono ormai arrivato alla fine di via Paoli quando comincio a sentire “venti bottiglie di vino” della Bandabardò che, se devo dire la verità, comincia ad irritarmi. Una volta arrivato mi guardo intorno e mi accorgo che siamo si e no 200. Mi aspettavo di incontrare i soliti volti, quelli che incontro sempre alle iniziative di sinistra, ma niente. Sono circondato da ragazzi delle scuole superiori elettrizzati probabilmente anche dal fatto di guidare una manifestazione alla quale partecipano <span id="more-802"></span>universitari. Sono adolescenti senza tempo, la divisa è la solita: maglietta di Che Guevara e kefiah palestinese. Le forze dell’ordine hanno sempre le stesse facce infastidite da quella massa di giovani zecche comuniste che non hanno voglia di studiare e ai quali non va bene niente perché bevono e fumano le canne. La manifestazione inizia col consueto ritardo di un’ora. Gli universitari sono talmente pochi che quasi non riescono a formare una fila orizzontale per tenere gli striscioni. Professori: neanche uno. Oppure sono riusciti a mimetizzarsi anche loro con la kefiah e la maglietta di Che Guevara. Dopo mezz’ora di tragitto si è già esaurito il repertorio musicale di sinistra, quello bello che ci piace: ancora Bandabardò, Modena City Ramblers e  CSI/CCCP (la svolta ultracattolica di Ferretti non li ha cancellati, meno male).<br />
Gli slogan sono quanto mai significativi. Si va dal:”E la Gelmini dice che la scuola è sua e noi GLI rispondiamo: su cunnu e mamma tua” al: “Berlusconi pezzo di merda”(opinione largamente condivisa), e ancora tutti quei cori che finiscono con “10, 100, 1000 occupazioni” e l’immancabile: “chi non salta la Gelmini è”. Di fronte a questo scempio di manifestazione, comincio a pensare che non c’è scampo e la fotografia della giornata me la propone il solito signore comunista con il berretto di Che Guevara e Lenin che distribuisce volantini scritti con la macchina da scrivere. Decido di andarmene. Allontanatomi di cinquanta metri, alle mie spalle sento in sottofondo Bella Ciao.<br />
 <br />
*Studente  e rappresentante nel consiglio di facoltà di Lingue e Letterature</span></p>
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