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I dati del governo e quelli dell’OCSE

di Guido Mula

L’Università italiana vive un momento di grande difficoltà, tra problemi interni e continui attacchi esterni. Molti sembrano pensare che tutte le colpe siano della sola Università, guardando agli interventi governativi come ad una “giusta punizione”. Le Università sarebbero passate quindi, agli occhi di questi commentatori, da luogo di cultura a sede della decadenza più spinta. Certamente dobbiamo cambiare, rinnovare, riformare, non abbiamo alternativa e su questo siamo tutti d’accordo. Perfino il governo sembra in questi giorni voler passare da un decreto legge ad un disegno di legge a seguito delle forti proteste di questi giorni. Sull’analisi della situazione da cui si parte e sulle strategie del cambiamento, tuttavia, le strade si dividono.
Innanzitutto l’Università, pur con tutti i suoi difetti, non è così malridotta come ci vorrebbero far credere. Per esempio, parlare di “fuga dei cervelli” e non di semplice emigrazione è la riprova del fatto che le Università italiane sono ancora capaci di formare giovani in modo valido e competitivo sul piano internazionale.
 Per capire la situazione attuale non ci si dovrebbe poi dimenticare di guardare intorno a noi. La strategia internazionale, adottata anche dall’Italia (protocollo di Barcellona, 2002), indica una percentuale del Prodotto Interno Lordo (PIL) dedicata a Ricerca e Sviluppo del 3% entro il 2010. Noi siamo sotto l’1% (in discesa), allo stesso livello dell’Estonia. I paesi OCSE (rapporto Education at a glance 2008) e l’Europa a 27 spendono il 2.2 e l’1,7% rispettivamente. Nessuno dei paesi del G7 spende meno dell’1,8%.
 Le spese per l’Università, sempre in percentuale sul PIL, sono inferiori a quelle di quasi tutti i paesi OCSE (0,9% contro una media di 1,5%). Abbiamo molti meno ricercatori per abitante di altri paesi con i quali ci confrontiamo (p.es. 1/3 della Germania, 2/3 della Francia, 1/5 del Regno Unito). Abbiamo, sempre secondo il rapporto OCSE citato prima, un rapporto studenti/docenti di oltre 20 contro una media OCSE e una europea tra il 15 e il 16. Qualcuno dirà che non è corretto e che non dobbiamo tenere conto dei fuori corso, problema italiano. Ma siamo davvero sicuri che questo sia fattibile e che non ci sia una percentuale significativa di fuori corso causati da un eccessivo rapporto studenti/docenti? Ricordiamoci che la media è, appunto, una media, e in molti casi il rapporto reale studente/docente è molto superiore a 20. Nel caso di Cagliari poi, anche senza i fuori corso rimaniamo sempre con rapporto superiore agli altri.
 Affrontare le cose con dati condivisi per poter poi partire con un’analisi seria non fa però parte delle strategie governative. Il 22 ottobre, per esempio, nel corso di una conferenza stampa del Ministro Gelmini e del Presidente del Consiglio, da un lato il Ministro utilizzava tabelle già note come inattendibili per denigrare l’Università (smentite di nuovo anche nella puntata di Matrix del 24 ottobre scorso, mai contraddetta dal governo che sappiamo non avere scrupoli di coscienza per queste cose), dall’altro il Presidente del Consiglio millantava una spesa pubblica per l’Università e la formazione pari al 7,4% del PIL, quando le statistiche internazionali parlano di valori inferiori al 5%. Senza parlare del fatto che lo stesso Berlusconi cita una spesa pari a 39 miliardi di euro l’anno per la scuola, che, diviso per il PIL (1535 miliardi di euro nel 2007, dati ISTAT) fa il 2,54%, valore che non mi sembra molto vicino al 7,4% da lui vantato.
A questo si aggiungono le falsità sull’intensità relativa delle spese rispetto ad altri Paesi. Il Premier infatti si gloriava di informare tutti che spendiamo perfino più di Germania e Francia, ma questo dato è clamorosamente smentito dalle statistiche internazionali (OCSE in testa) e dallo stesso sito di statistica del MIUR, che mostrano che i succitati Paesi spendono per scuole e università più di noi, arrivando al 5,1 e al 6,0% rispettivamente. Sono quattro i paesi OCSE che spendono cifre superiori al 7%: Islanda, Stati Uniti, Corea, Danimarca.
Stesso dicasi per i numeri citati a proposito della spesa annua per studente. Il Premier cita un dato abbastanza corretto per l’Italia (5172 Euro), che però dalle statistiche risulta essere il più basso dei paesi OCSE, mentre cita dati decisamente inferiori al vero per Francia (5076), Germania (4749) e Regno Unito (4998), che spendono in realtà 7673 (Francia), 7772 (Germania) e 8842 (UK) Euro/anno (dati OCSE Education at a glance 2008). Un ragionamento simile vale per il rapporto studenti/docenti che, partendo da dati errati arriva a conclusioni che ovviamente non stanno in piedi. Se da un lato infatti siamo (finora) effettivamente messi ragionevolmente bene per le scuole, il discorso cambia radicalmente per le Università, dove stando al rapporto OCSE siamo terz’ultimi.
Dare quindi i numeri come sono stati forniti dal Premier e dal Ministro Gelmini vuol dire mistificare, vuol dire insultare l’intelligenza e l’onestà di chi cerca di riportare il discorso su una base di dialogo e confronto sereno, vuol dire, in fin dei conti, barare. Non è infatti certo pensabile che Ministro e Presidente del Consiglio non siano a conoscenza dei dati veri, né pensare che i dati OCSE (forniti dai rispettivi Ministeri competenti dei vari stati aderenti) siano in qualche maniera falsati.
Il discorso del Governo sulle riforme dell’Università viene quindi fatto con un approccio decisamente falsato e populista, mostrando una visione estremamente riduttiva e semplicistica del problema, l’assenza di strategie reali, la miopia di chi, in una situazione di difficoltà, preferisce tagliare l’essenziale piuttosto che investire sul futuro. Ci stiamo allontanando dalle strategie comuni dei paesi industrializzati, e mentre in Francia un governo di destra decide, di fronte alla difficoltà dell’Economia, di investire 1,8 miliardi di Euro aggiuntivi per l’Università, da noi si sceglie di tagliare i fondi e di smettere di preparare i giovani alla competitività che garantirà il futuro di tutti noi.
Ottenere un dialogo sarà molto faticoso, ma ci si può ancora riuscire. Non c’è però alternativa a quella di mantenere i nervi saldi, di essere sempre irreprensibili e di basare sempre le nostre affermazioni su fatti e dati chiari e non smentibili. Ogni volta che sbaglieremo anche una sola virgola saremo colti in fallo, e del nostro discorso rimarranno solo le briciole. Il Governo però sa che la protesta c’è e che è forte. La forza di chi vuole il rinnovamento vero e non solo sulla carta è grande, ma prevarrà alla fine solo a condizione di essere pazienti e di non lasciarsi né sviare né sfiancare da chi ha mezzi e modi per svilire e sminuire ogni tentativo serio di discussione.
Non dimentichiamo infine che ci sono ormai disponibili diverse proposte di rinnovamento, il dibattito si sta finalmente aprendo e la mistificazione del dire che nessuno propone non avrà più ragion d’essere. Discutiamo insieme di queste proposte, serenamente, per poter avere fino in fondo da un lato un ruolo di protesta contro la distruzione dell’università e della scuola e dall’altro un ruolo di proposte operative e ragionate.

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