Ingiustizia è fatta: il governo taglia il Sud
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di Cristina Lavinio
I quotidiani del 25 luglio recano tutti la notizia dei tagli di finanziamento che, con il prossimo anno accademico, colpiranno 27 Università italiane “poco virtuose”, se non sprecone. Punite per avere istituito troppi corsi di laurea, avere affidato troppi insegnamenti per contratto a personale esterno all’Università, per avere una percentuale troppo elevata di studenti fuori corso e di disoccupati tra i laureati da più di tre anni. Punite, inoltre, per una valutazione non brillante nell’ambito della produzione scientifica, per non essere riuscite a procacciarsi fondi per la ricerca attingendo a bandi europei ecc. ecc. Invece altre 27 Università italiane virtuose saranno premiate con un incremento percentuale di fondi.
“Evviva! -dirà qualcuno- Finalmente sta passando la cultura della valutazione, viene premiato il merito, si ridurranno gli sprechi…”
Peccato, però, che i tagli o i premi, in percentuale diversa, siano tutti operati utilizzando il 7% (525 milioni di euro) del complessivoFondo di Finanziamento Ordinario delle Università : il cosiddetto FFO. Tale fondo arriva già in percentuali diverse e serve, in tutte le Università, soprattutto per pagare gli stipendi del personale, sia docente che tecnico-amministrativo. Anche se ogni sede universitaria non dovrebbe spendere per il personale più del 90-92% di tale dotazione ordinaria che le arriva dallo Stato, sono molte le sedi in cui già si sfora (e da anni) rispetto a questa percentuale. Non tanto perché sia stata fatta una politica dissennata di nuove assunzioni, quanto perché l’FFO è andato progressivamente diminuendo negli anni, tanto da essere diventato problematico per gli Atenei coprire persino le percentuali minime di aumenti di legge spettanti al personale e rimasti spesso a loro carico.
Se dunque adesso si taglierà sull’FFO, saranno a rischio, in molte sedi, persino gli stipendi dei dipendenti. E non resterà nient’altro da utilizzare per il molto che serve per far funzionare una Università: fondi per la ricerca, per l’acquisto di attrezzature, per l’incremento del patrimonio librario, per la manutenzione, per i servizi…
Peccato, poi, che ben 24 delle 27 sedi che saranno punite, con decurtazioni in misure diverse, del proprio FFO, siano tutte a Sud, da Roma in giù (comprese “La Sapienza” e Roma 3). E comprese le sedi sarde di Cagliari e Sassari, naturalmente: Cagliari si vedrà decurtati i propri fondi del 2,08%, Sassari del 2,95%. Mentre i premi andranno a ben 24 Università (su 27) del Centro e del Nord Italia, con in testa Trento.
Una lettura politica e fortemente critica di questi dati è dunque urgente. I dati ripropongono ed evidenziano una sorta di “questione meridionale – e sarda” anche nell’ambito dell’alta formazione universitaria. In tempi di federalismo, la questione meridionale non è più di moda, non se ne è più parlato, come se non esistesse più o fosse stata risolta. Ma ogni tanto siamo chiamati, doverosamente, a ricordarcene. E non si tratta di reagire con i soliti triti luoghi comuni sull’inefficienza e gli sprechi che si anniderebbero più al Sud che al Nord d’Italia. Si tratta piuttosto di ricordare che queste disparità possono essere il risultato di politiche (di finanziamenti e di risorse) che già in precedenza hanno sempre trattato meglio certe zone d’Italia che non altre. E adesso continuerà, più e meglio di prima, a piovere sul bagnato, anziché mettere in atto politiche di compensazione che diano a tutte le sedi universitarie condizioni paritarie di partenza, garantendo a tutte l’essenziale, prima di metterle in gara virtuosa tra loro, secondo criteri di valutazione chiaramente definiti in via preliminare.
Inoltre, molti dei criteri tenuti presenti per stilare tali graduatorie sono altamente discutibili. Per esempio (sono anni che, allarmati, molti di noi lo dicono), premiare le università per la loro ‘produttività didattica’ (cioè sulla base del numero dei laureati in corso che riescono a sfornare) può incentivare la faciloneria nella erogazione di titoli di studi importanti come le lauree; a costo di non badare alla qualità del prodotto (e cioè della preparazione reale del laureato). Premiare le università sulla base del fatto che i loro laureati riescano a trovare lavoro entro tre anni significa, ancora una volta, non tenere conto della disparità territoriale relativa ai tassi di disoccupazione, complessivamente più elevati nelle regioni meridionali. E rischia di scaricare sugli Atenei un problema di cui non è giusto che si facciano carico, come se fossero anche agenzie di collocamento.
Non c’è niente di più ingiusto che trattare nello stesso modo chi parte da condizioni differenti. “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, recita il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione. Anche per il sistema universitario, si dovrebbe dire che è compito dello Stato rimuovere prioritariamente tutti gli ostacoli che determinano disparità reali da una sede all’altra. Altro che accentuare i fossati e tagliare fondi proprio a chi avrebbe maggior bisogno di averne per sopravvivere…
Inoltre, la graduatoria stilata è frutto di una gara sancita a posteriori, sulla base di regole non certe e note a tutti dall’inizio, sulla base anzi di regole cambiate in itinere. E sono stati utilizzati dati risalenti a più di sei anni fa (almeno nel caso della valutazione – da parte del CIVR- dei cosiddetti ‘prodotti’ della ricerca: i dati sono del 2001-03). Tale gara adesso punisce i troppi corsi di laurea, varati inizialmente sulla base di una legge (la n. 509) che, nel 1999, aveva moltiplicato a dismisura le classi delle lauree, di base e specialistiche (ora magistrali), senza neanche stabilire i parametri minimi necessari per farli decollare. Sembrava allora che la capacità delle sedi di moltiplicare e differenziare l’offerta formativa dovesse essere premiata… Anche se tutto procedeva a costo zero, per carità! Ma ci doveva essere inglese e informatica per tutti, capacità di usare l’italiano decentemente (anche nello scritto) per tutti, tirocini e capacità di interagire con il territorio ovunque ecc. ecc. E non sempre c’erano le risorse per poter fare fronte a tutto ciò.
Gli ordinamenti didattici emanati dal Ministero e cui adeguarsi sono cambiati anch’essi più volte nell’ultimo decennio, costringendo le università e gli studenti a un tremendo calvario burocratico in cui si perdeva di vista la sostanza (cioè il fatto di dover costruire percorsi di studio sensati e praticabili rispetto alle conoscenze da acquisire) per privilegiare la forma (l’accettazione automatica dei percorsi progettati da parte delle schede informatizzate elaborate dal Cineca). E adesso, a posteriori, si scopre che solo alcune di quelle regole andavano bene; altre, abbandonate cammin facendo, sono ormai punitive… Persino il numero di docenti in servizio, obbligatorio per poter garantire la rispondenza dei corsi di studio ai criteri ministeriali, è stato stabilito molto dopo il loro decollo. Ma adesso ciò è diventato fondamentale; così come si valuta anche il numero di studenti per corso, decretando di chiudere i corsi meno frequentati. In un processo di ‘prosciugamento’ dei corsi (e delle risorse) iniziato (ma gradualmente e sensatamente) con il ministro Mussi, e ora proseguito (ma precipitosamente e tagliando spesso alla cieca) con Gelmini. Esempi di tagli alla cieca? tanti nella legge contro cui si è levata impetuosa l’Onda studentesca nel novembre scorso, con la riduzione al 50% del turn over, con la soppressione di interi settori scientifico-disciplinari, accorpando le competenze dei docenti (e le discipline insegnate). Fino ad arrivare – quasi – al “professore unico” (l’equivalente universitario del “maestro unico” invocato per la scuola elementare…).
Utile ricordare tutto ciò anche in Sardegna. Possono sembrare questioni troppo tecniche, ma si tratta di far capire come e perché, anche per ragioni squisitamente regolamentari, non possano più sopravvivere molti corsi di laurea disseminati dispendiosamente sul territorio. Neppure quelli apparentemente più sensati perché rispondenti a precise ‘vocazioni’ ambientali (come Scienze dei materiali a Iglesias). La mannaia ministeriale ne impedisce la sopravvivenza, minacciando però anche la sopravvivenza di ben più rilevanti e frequentati corsi di studio nelle sedi centrali di Cagliari e di Sassari. Anzi, minacciando la sopravvivenza degli stessi due Atenei sardi, che in teoria saranno obbligati sempre più a rincorrere il sostegno di sponsor improbabili (almeno da queste parti) che vogliano farsene carico, magari per trasformarli in Fondazioni private. Ma non scherziamo… e rivendichiamo il nostro diritto ad avere in Sardegna due Atenei la cui qualità deve essere sostenuta debitamente, e con i debiti finanziamenti, dallo Stato.
Ma è anche utile ricordare la sofferenza dei nostri Atenei a una Regione Sardegna che dovrebbe preoccuparsi, come faceva il governo regionale precedente, di sostenere al massimo le Università sarde, il diritto allo studio e all’alta formazione degli studenti (borse di studio, Master&Back) e il diritto alla ricerca dei giovani ricercatori e dei docenti tutti. Coniugare didattica e ricerca è infatti diritto-dovere di tutti i professori universitari, e sarebbe da attuare sempre meglio la legge a favore della ricerca di cui la regione si è dotata. Nella situazione attuale, in cui anche i ricercatori e i docenti più esperti non hanno ormai, sempre più numerosi, nessun finanziamento per la propria ricerca, è già un miracolo se comunque si riesce ancora a mantenere un certo standard di qualità. Ma ancora per quanto tempo?
Cristina Lavinio
6 Commenti »
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» Alcune riflessioni su come innalzare il livello qualitativo della produzione scientifica del nostro ateneo universikaralis.org dice:
Pubblicato il 27 07 2009 alle 11:12
[...] ( a tal proposito si legga l’interessante articolo di Cristina Lavinio su Multiversitas.it: http://www.multiversitas.it/?p=731 ): mi voglio concentrare su un aspetto che obiettivamente pone seri problemi interni di qualità. [...]
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kiara dice:
Pubblicato il 27 07 2009 alle 12:39
la soluzione giusta x migliorare le università del sud non è certo quella di tagliare i fondi! secondo me bisognerebbe viglilare di più sul lavoro che svolgono i professori! per la mia tesi nessuno mi seguiva e mi sono dovuta rivolgere ad universitalia… vi sembra corretto??? lì va tagliato lo stipendio al mio relatore, non i fondi per gli studenti!
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ENRICO TUVERI dice:
Pubblicato il 27 07 2009 alle 19:37
Ch.ma prof.ssa Lavinio, la sua capacita critica è veramente notevole e troppo faticoso sarebbe risponderle in modo analitico ed appropriato in particolare sotto l’aspetto tecnico. Ritengo comunque di contribuire alla discussione partendo da un dato semplice e da modesto e non più giovane conoscitore delle cose universitarie.
Una prima cosa vorrei sottolineare. Dare una chiara e breve risposta allo studente mi parrebbe cosa buona e giusta. Le garantisco che non una voce isolata. Coraggiosa certamente.
Ma è propio sicura che aumentando le risorse all’Università senza un riesame delle effettivie necessità di ognuna di di esse corrisponda agli interessi della collettività? E’ proprio sicura che le Università che oggi si vedono più penalizzate non abbiano la necessità di fare una seria autocritica? E’ proprio sicura che l’offerta formativa delle stesse Università sia tutta necessaria? E’ proprio sicura che il livello della didattica e della ricerca, così come oggi vengono classificate dai più, dipenda dalla scarsità dei finanziamenti? Potrei continuare, le garantisco, e non credo che possano essere fornite risposte afferfative. So benissimo che nelle università italiane, tutte, vi operano persone degnissime e di alto valore internazionale. So però altrettanto bene che non tutte si trovano al vertice della graduatoria e non poche forse dovrebbero fare un altro mestiere. Mi controreplicherà che in tutti i contesti operano buoni e cattivi. Nell’Università questo non è ammissibile e lei sa benissimo che la situazione attuale diffusa non è accettabile. E’ nell’interesse della nostra società migliorare l’Università. Mantenere la situazione nello stato in cui si trova con ulteriori finanziamenti non ritengo sia la soluzione per migliorare il livello della nostra università.
Grazie per l’opportunità forza paris.
Enrico Tuveri
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Francesco Deledda dice:
Pubblicato il 28 07 2009 alle 09:16
Come già sottolineato i tagli ai finanziamenti fanno male, fanno male sopratutto se fatti con questo sistema che sembra ricordare il vecchio clientelismo (portami il curriculum che poi facciamo il bando in base a quello). Mi stupisce il fatto che una volta decisi i parametri per stilare la classifica siano stati usati sin da subito senza per esempio, come sarebbe stato giusto fare, imporli ora e applicarli fra tre anni stilando la classifica sui risultati di questo periodo in modo che tutti gli atenei si addattassero al sistema e ai criteri giudicanti.
Da notare come la classifica ci penalizzi sopratutto per carenze di didattica al contrario per la ricerca siamo sulla media nazionale, fattore positivo questo in quanto ritengo che sia molto più semplice creare dei correttivi per migliorare la didattica che non per la ricerca. Ritengo inoltre che sin da subito il neo-rettore debba dialogare con il consiglio degli studenti cercando di individuare le soluzioni migliori, da un organizzazione più marcata del calendario didattico, un maggior orientamento pre-durante-post laurea, numero maggiore di sessione di esami e di laurea e per ultimo ma non per importanza il campus universitario e i servizi di ristorazione.
Da più parti in questi giorni ho letto e sentito che la soluzione al taglio dei finanziamenti sia l’aumento delle tasse o tagliando le sedi distaccate. Credo che non possa esser fatto errore più grande, sicuramente l’attuale regolamento è da migliorare.
Perchè aumentare i costi per servizi che attualmente sono definiti scadenti???
Non sarebbe più oppurtuno migliorarli magari prendendo esempio da atenei nella zona blu come Bari che impone tasse più basse di quelle nostre, e perchè tagliare le sedi distaccate senza provare a prendere esempio da Trento, prima in classifica e ateneo dai piccoli numeri.
Terminando smettiamo di piangerci addosso sulla nostra insularità e iniziamo a considerare la stessa come un pregio e non un difetto, miglioriamo i nostri servizi e miglioreremo anche la nostra attrattività, non vedo perchè siamo cosi attrativi dal punto di vista turistico e non lo possiamo diventare anche dal punto di vista accademico.
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Cristina Lavinio dice:
Pubblicato il 28 07 2009 alle 09:35
Gentile dott. Tuveri,
chi mi conosce sa bene che non ho mai risparmiato critiche e autocritiche a come stavamo gestendo in questi anni l’intero processo di cambiamento dell’Università, che ci ha visto procedere in modo spesso molto discutibile.
Ma qui, con la graduatoria ministeriale degli atenei, non si sta parlando di aumenti dei finanziamenti, ma di tagli sul Fondo di Finanziamento Ordinario, quello che a Cagliari utilizziamo già per oltre il 96% per gli stipendi del personale (a parte l’escamotage che non ha fatto figurare la cosa espungendo la sanità…). Con i tagli, dunque, cosa resterà per finanziare tutto il resto? Parlavo di questo e di nient’altro; parlavo della necessità di curare una Università malata (la nostra più di altre), ma senza ucciderla. Anzi. Sono poi molto d’accordo sul fatto che sarà necessario potare molte cose inutili (compresi molti dei corsi e percorsi ‘inventati’), che sarà necessario evitare al massimo i contratti sfruttando al meglio le risorse e le competenze del personale docente strutturato, che sarà opportuno ristrutturare e far sì che facciano rete tra loro tutte le competenze amministrative disseminate in uffici che troppo spesso operano come se fossero compartimenti stagno, ecc. ecc. Autocritica dunque, e molta, certamente; ma so anche (per esempio) che bisognerebbe preoccuparsi (e molto) del recupero delle conoscenze di base degli studenti (è inutile fare i test d’ingresso se poi non si lavora sui risultati e si organizzano recuperi delle carenze; e per far ciò occorrono risorse), che la ricerca muore se non ha finanziamenti minimi e diffusi (eppure incide e inciderà sempre più sulla valutazione dell’Ateneo) ecc. ecc. E che andare a un convegno o partecipare a un seminario internazionale (queste cose sono vitali per chi fa ricerca all’Università) è diventato un lusso che la maggior parte di noi (con la decurtazione di fondi subita per esempio dai Dipartimenti, oltre che per l’assenza di contributi ex-60%) finisce per pagarsi di tasca, se ne sente la necessità. Oppure rinuncia, come rinuncia ad incrementare di tasca propria il patrimonio librario, per coprire i buchi sempre più ampi apertisi nelle nostre biblioteche (specie dopo l’istituzione della CAB… ahi, la CAB…), dove per esempio è diventato problematico garantire l’abbonamento alle riviste, persino alle più importanti e dove non è più possibile procedere agli acquisti con lo stesso ritmo di un tempo. E certamente si tratta di rivedere profondamente la filosofia con cui i fondi vengono ripartiti tra le varie voci in bilancio. Ma si tratta anche di capire che con una copertina troppo corta non c’è autocritica che tenga.
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Giovanni Duni dice:
Pubblicato il 05 08 2009 alle 00:10
È davvero difficile trovare argomentazioni per dissentire da quanto scrive Cristina Lavinio. Qualche collega aveva difeso a suo tempo i tagli al sistema universitario in genere, come giusta punizione. Forse oggi pensa che punire le università del mezzogiorno e delle isole sia anch’essa giusta punizione. Ma si tratta di posizioni isolate. Non tutti scrivono, ma gli scambi di opinioni verbali ci danno la consapevolezza che tutti, con poche eccezioni, siamo sulle posizioni di Cristina Lavinio.
Al motto di “nord è bello” si è iniziata una politica di far piovere sul bagnato. La Sicilia si è ribellata e speriamo che la reazione sia sempre più ampia, partendo proprio dalle Regioni governate da schieramenti politici omogenei a quello nazionale. In queste rivendicazioni non può mancare la difesa dei finanziamenti alle università che hanno dovuto muoversi con scarse o nulle risorse aggiuntive derivanti dal sistema economico territoriale. In queste Regioni non è possibile neppure elevare le tasse studentesche proprio per il più basso reddito individuale della popolazione.
Nessuno mette in dubbio che si debbano fare autocritiche, ma anche le università “virtuose” hanno commesso sbagli, che tuttavia sono stati coperti dalle maggiori risorse di cui dispongono.
Chi difende queste “punizioni” in pratica sostiene che per stimolare il miglioramento occorre sopprimere gli aggiornamenti delle biblioteche, disdire abbonamenti cartacei ed a siti di ricerca on line, impedire la partecipazione a congressi, bloccare il rinnovo degli di strumenti di ricerca: questo e non altro è l’effetto della decisione governativa.
Trattandosi di provvedimento di livello amministrativo, dovrà essere impugnato innanzi al TAR del Lazio e le argomentazioni della Collega Lavinio ne indicano già i profili del vizio di eccesso di potere: punire anziché contrastare le differenze economiche; decidere le regole della “competizione” a posteriori e dopo tanti mutamenti degli ordinamenti didattici imposti dall’alto, tutti condizionati dalla falsa idea iniziale che la premialità sarebbe stata legata alla ampiezza dell’offerta didattica attraverso una pluralità di corsi ed una grande varietà di insegnamenti.