UniCa è università di serie A
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di Marco Pitzalis
A pensare male ci si azzecca sempre diceva Andreotti. Sarà vero, ma a pensare male, secondo me, si vive male. E spesso non ci si azzecca proprio.
La denigrazione ha un senso accademico. Nella nostra professione la principale risorsa è la credibilità, minare la credibilità dell’avversario è una tipica strategia nei campi in cui la fiducia e il prestigio – l’onore – sono una risorsa. Questa è la ragione per la quale in molti passano più tempo a denigrare i colleghi piuttosto che a indorare la propria fama. Il discredito è un’arma.
Ora però, quando quest’arma viene usata senza criterio, si distrugge la credibilità della propria università e dell’intero sistema universitario cui si appartiene, e si finisce così per incrinare anche la propria personale credibilità. Chi denigra l’università spesso ha interesse a delegittimare i criteri di giudizio della comunità scientifica al fine di lasciar passare l’idea di essere l’immancabile vittima di complotti accademici. L’auto-assoluzione e l’autocompiacimento sono delle tecniche di sopravvivenza abbastanza diffuse. Non sempre – inoltre – i curricoli poi giustificano tali piagnistei.
La tesi che sostegno da circa 15 anni è che le storture del sistema di reclutamento italiano sono legate al fatto che non esiste certezza nei meccanismi di reclutamento, nelle regole, nei tempi delle carriere e nelle risorse. Tutta questa incertezza comporta il fatto che ogni concorso diventa drammatico. Non si sa se domani ce ne sarà un altro. Scarsissime risorse, carenza di posti di ricercatori in istituzioni extra-universitarie pubbliche o private, incertezza delle regole e dei tempi. Tutto questo ha fatto dell’università un’arena dove negli ultimi 30 anni sono evaporate la fedeltà istituzionale e la coesione sociale e culturale.
Ho criticato in molte sedi il modo in cui abbiamo governato il nostro ateneo. Il modo in cui in molti settori disciplinari si è svolto il CIVR è stato patetico e vergognoso e ha umiliato la qualità della ricerca che in realtà si svolge nel nostro ateneo. La didattica in molte facoltà è semplicemente disorganizzata.
Detto questo, descrivere l’Università italiana e anche il nostro ateneo come un sistema scientifico allo sbando è un puro e semplice falso.
Con tutte le cautele e diffidenze che le classifiche universitarie mi suggeriscono, prendo spunto dalla recente pubblicazione del Performance Ranking of Scientific Papers for World University.
| Le italiane nella classifica di Taiwan | Mondo | EU |
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77 | 21 |
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91 | 24 |
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111 | 35 |
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121 | 38 |
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154 | 54 |
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173 | 73 |
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190 | 74 |
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221 | 87 |
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266 | 112 |
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271 | 115 |
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281 | 118 |
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299 | 126 |
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303 | 128 |
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305 | 129 |
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334 | 142 |
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359 | 155 |
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370 | 161 |
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373 | 163 |
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382 | 167 |
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384 | 168 |
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398 | 173 |
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400 | 174 |
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427 | 186 |
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449 | 199 |
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453 | 201 |
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459 | 203 |
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468 | 207 |
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470 | 208 |
Bisogna leggere bene. E se si legge bene, si capisce innanzitutto una cosa: le 500 università di questo ranking sono le Top Universities nel mondo.
È su questo punto che dobbiamo ragionare. La nostra università è tra le 500 migliori nel mondo per produzione scientifica e tra le prime 27 in Italia – ma tra le prime ci sono delle corazzate come la Sapienza e Milano Statale.
Siamo quindi un’università di “serie A”, abbiamo perso posizioni per produzione scientifica e peso dei nostri articoli, ma ci siamo ancora. Stiamo giocando per la salvezza. Ma siamo in serie “A”. Vorrei ricordare che le università nel mondo sono decine di migliaia. Se teniamo conto della nostra posizione geografica, delle risorse economiche e della nostra taglia, possiamo dire che le cose vanno meno bene rispetto al passato, ma la squadra c’è ancora.
In Europa siamo alla 207 posizione. Non è male ragazzi, non è male. Guardate che la Normale di Pisa è dietro di noi, e non c’è Trento l’Efficiente.
Il sistema universitario italiano poi presenta nella classifica 27 università su 200 in Europa. Si tratta di un numero elevatissimo. È vero non abbiamo nessuna università tra le top 20 in Europa. Questo è un problema? Secondo me non lo è.
È diventato un problema solo perché la costruzione di un mercato planetario del Higher Education comporta un lavoro di marketing per imporre la propria visibilità e attrarre studenti e ricercatori.
Se è un problema va analizzato tecnicamente e politicamente. Ma riguarda i governi innanzitutto e la loro capacità di avere strategie nazionali e una visione strategica geo-politica. Non riguarda le università.
A chi giova screditare l’università italiana, a chi il nostro Ateneo? Non dobbiamo certo nasconderci i problemi. E dobbiamo affrontarli. Ma servono persone che lavorino per l’istituzione, che si sobbarchino il lavoro di ricerca e di organizzazione della ricerca. Le facoltà e i dipartimenti funzionano perché e quando ci sono persone che svolgono il lavoro di organizzazione.
La ricerca non è una sine cura, è lavoro quotidiano dentro un’istituzione cui si deve fedeltà – e se non si è fedeli, almeno riconoscenza. Alcuni ricercatori che si prendono per grandi intellettuali non danno nessun o scarso contributo al lavoro organizzativo e al funzionamento dell’istituzione. Alcuni vivono in altre regioni e vengono qui per concederci un po’ del loro scibile. Ci servono? Cosa fare di loro?
In un commento, un dirigente della nostra università scrive che ai ricercatori universitari si deve chiedere di essere tutti delle eccellenze. è un’idea di senso comune alla quale sembra difficile non riconoscere una certa auto-evidenza. Eppure il lavoro di ricerca non funziona così, esiste una divisione del lavoro scientifico che richiede talenti e competenze diverse. Esistono gli operai della ricerca e i grandi progettisti. E servono gli uni e gli altri.
Conosco ricercatori che sono dei modesti intellettuali ma animali da archivio, ordinati, sistematici, capaci di trovare materiale di importanza cruciale. Di sistemarlo e renderlo fruibile. Non avranno mai la grande intuizione che aprirà le porte della grande rivista ma hanno messo il loro mattone che attende di essere utilizzato da altri ricercatori. Questo vale anche per il funzionamento di un laboratorio biologico.
Inoltre, una università come la nostra gioca una funzione a livello regionale e vi sono ricercatori che – senza avere una statura internazionale – sono capaci di rispondere alle domande e alle esigenze del territorio. Altri volano alto. Nell’iperuranio. E servono gli uni e gli altri. Servono a noi, servono al territorio. Dobbiamo immaginare l’università come un pianoforte, dove ci sono tutti i tasti e dove sia possibile suonare musiche diverse, quella colta ed elevata e quella pop. Questa è oggi l’università o la multiversità, come suggerisce il nome di questo blog.
Di fronte all’attacco che l’università ha subito dal governo – e che mette in pericolo il nostro bilancio – occorre rispondere fermamente. Bisogna ricorrere al Tar e alla Corte Costituzionale. Non si deve accettare questo smacco.
La classifica di “Die Zeit” sui dipartimenti scientifici dice che la nostra università ha un ottimo livello per la Fisica dove siamo nel Top Group. Appariamo più deboli invece in Matematica, Biologia e Chimica. Ragioniamoci.
Anche la classifica di Shangai ci piazza in una posizione dignitosa e così quella di Taiwan. La nostra ricerca (scientifica) soffre ma c’è.
La nostra università non è l’ultima. Siamo una università di provincia che gioca da anni dignitosamente il suo campionato di serie A. In qualche caso possiamo sperare di giocare in UEFA. Abbiamo qualche campione e abbiamo anche qualche panchinaro, indubbiamente c’è anche qualche brocco. A volte succede che i brocchi si lamentino di non riuscire a giocare. Si cerchino un’altra squadra, se ci riescono. E vediamo lì quanto durano.
5 Commenti »
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gaetano di chiara dice:
Pubblicato il 02 08 2009 alle 10:40
Sono assolutamente d’accordo con Marco. Il metodo utilizzato dal ministero per premiare i buoni e punire i cattivi è sbagliato perchè utilizza criteri che sono fortemente influenzati dalle condizioni locali. L’unico criterio relativamente ( ma non assolutamente) indipendente dal localismo è quello della ricerca, dato che almeno il suo finanziamento non è locale ma nazionale e internazionale e la sua valutazione nettamente internazionale. A proposito di valutazione, è ora di finirla con l’uso dell’impact factor per valutare la produzione scientifica. L’IF
ha un valore assolutamente effimero e serve a dare una valutazione prospettica ad un lavoro sulla base della media delle citazioni dei lavori pubblicati dalla rivista relativa nei due anni precedenti. L’IF sostituisce il numero di citazioni specifiche di un lavoro solo fino a tre anni dalla sua pubblicazione , cioè fino a che non comincia a funzionare il Citation, cioè, il numero di citazioni di ciascun articolo. Continuare ad usare l’IF dopo questo periodo ha lo stesso significato di chi, per conoscere l’altezza di un qualsiasi signor Paolo Rossi ricorra alla media dei suoi familiari (padre, madre , fratelli e sorelle), pur disponendo dei dati della sua altezza.
Ovviamente ci si chiede perchè l’IF è così popolare. i motivi sono tre:il fatto che costituisce uno strumento pubblicitario per le case editrici e di potere per certe lobby scientifiche, il fatto che è disponibile gratis, senza abbonamento a banche dati, il fatto che, a certi livelli, usando l’IF siamo tutti ‘mediamente ‘ bravi. L’IF infatti è poco selettivo e, per esempio, non differenzia i ricercatori Highly Cited dal resto. L’uso del Citation Index, normalizzato alle citazioni medie dei settori di ricerca, è una base sicura per valutare la produttività scientifica dei singoli ricercatori e delle università (limitatamente alle discipline valutabili con questo metodo). Ormai è disponibile del tutto gratuitamente una banca dati delle citazioni di ciascun lavoro, Google Scholar, ed un software, anch’esso gratutito, Publish-or-perish, che consente di elaborare e normalizzare i dati individuali e di ottenere l’indice di Hirsch. L’indice H corrisponde al numero dei lavori di un determinato ricercatore che hanno ottenuto un numero di citazioni pari a quel numero. Così un H di 20 significa che sono stati prodotti 20 lavori che hanno ottenuto almeno 20 citazioni.Faccio notare che lo stesso H Index è stato indicato dal CUN (bontà sua !) tra gli strumenti di valutazione della ricerca.
Quanto al problema pratico, proprio ieri sera parlavo con un giurista il quale ravvisava l’esistenza delle condizioni per impugnare la delibera del CDM con un ricorso al TAR, proprio nella direzione indicata da Marco Pitzalis.
Bisogna far presto, dato che abbiamo tempo 60 giorni dalla data della pubblicazione della delibera del CDM e bisognerebbe coinvolgere in questo le altre università penalizzate.
Buone vacanze (almeno per chi le farà),
Gaetano
2
Cristina Lavinio dice:
Pubblicato il 03 08 2009 alle 15:05
Sono molto d’accordo con Marco Pitzalis e rimpiango che una seria discussione sui dati CIVR non sia stata fatta a suo tempo, in modo diffuso e generalizzato, nel nostro Ateneo. Qualcosa comunque si era fatta (ma evidentemente non moltissimi ne hanno memoria), e si erano già denunciate sia l’aleatorietà dell’IF (che, voglio ricordarlo ancora una volta, comunque non esiste nelle e per le aree umanistiche, la 10 e 11 in particolare), sia le storture interne, dovute ai criteri difformi delle diverse commissioni locali di area nel procedere alla prima selezione dei prodotti da inviare al ministero nazionale per la valutazione nazionale CIVR. Bisogna però imparare a distinguere la critica costruttiva da fare al nostro interno (soprattutto quando e se impegnati sul piano organizzativo), dalla critica demolitoria di una immagine della nostra Università che è già abbastanza compromessa. La demolizione può servire solo a offrire un alibi e ulteriori argomenti a chi vuole distruggere l’Università, magari per sostituirla con qualcosa d’altro… E poi, è proprio vero che non andiamo poi tanto male come risultati della ricerca, sia a livello nazionale che della nostra sede: risultati buoni nonostante la sempre maggiore carenza di finanziamenti (e consentitemi un piccolo patriottismo d’area perchè, se c’è chi ha già citato la Fisica, voglio ricordare che anche l’area 10 nel nostro Ateneo si è distinta per una valutazione CIVR particolarmente buona e ricca di eccellenze). Anzi, se rapportati allo scarso finanziamento rispetto a quello ben più elevato di altri Paesi, direi che i risultati della nostra ricerca sono ottimi…
Perciò, facciamo veramente ricorso al TAR e alla CORTE COSTITUZIONALE (come suggerisce Ninni Di Chiara), contro la recente e ingiusta classifica nazionale, che ci penalizzerà per un ulteriore 2,05% di finanziamento FFO. Ed è il caso di non dimenticare che gli Atenei che in questo momento, perché ‘premiati’, stanno irresponsabilmente cantando vittoria smetteranno presto, anche loro, di essere soddisfatti: non considerano infatti che l’FFO sarà drasticamente ridotto per tutti, in una misura che ancora non si conosce con esattezza, ma che potrà finire per rendere veramente risibili gli (apparenti) incrementi premiali raggiunti. E ne vedremo delle belle.
3
Paola Devoto dice:
Pubblicato il 03 08 2009 alle 16:51
Curiosità tecnica: Operativamente, chi deve fare il ricorso? qualunque dipendente universitario/privato cittadino, oppure deve essere l’Ateneo che si sente “danneggiato”? questa seconda ipotesi mi porta alla riflessione maligna: i tempi, ristretti da agosto in mezzo, sembrano veramente scelti ad arte.
Un’altra riflessione riguarda la divisione buoni/cattivi operata dal decreto. Mi sembra molto utile per far sì che almeno alcuni atenei non siano troppo rissosi al momento di riaprire i battenti, a settembre, quando ci si aspetta un riaccendersi della protesta contro il fantasma delle riforme annunciate.
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Cristina Lavinio dice:
Pubblicato il 03 08 2009 alle 18:48
Secondo me a fare il ricorso dovrebbe essere il Rettore, se possibile con il Consiglio di Amministrazione e il Senato Accademico. Ma penso che un ricorso del solo Rettore a nome dell’intera Università di Cagliari sia sufficiente. Che ne dicono il nostro Ufficio legale e/o i colleghi di giurisprudenza? tutti in ferie? Buone vacanze, comunque.
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Paola Devoto dice:
Pubblicato il 04 08 2009 alle 12:42
Credo possa essere utile sapere cosa succede in altri Atenei, quindi invio il link al il documento approvato dal CURC-Puglia relativo alla ripartizione del 7% dei fondi FFO:
http://bacheca.unile.it/pubblicazioni/curcluglio2009.pdf
e buone vacanze anche da parte mia