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La crisi dei corsi gemmati: nuove strategie per l’università diffusa

 di Gaetano Di Chiara

 Tra i problemi scottanti sul tavolo della Regione Sardegna c’è quello della cosidetta università diffusa. Che ne sarà dei corsi universitari, gemmati dalle Università di Cagliari e Sassari, a Nuoro, Iglesias, Oristano e Olbia?

Questi corsi devono ora soddisfare i nuovi e più rigidi requisiti ministeriali introdotti dal decreto Mussi. Secondo le Facoltà, questi requisiti non sono soddisfatti dalla maggior parte di questi corsi, che quindi vanno chiusi o riportati alle sedi madre.

Ma cittadini e amministratori locali hanno difficoltà ad accettare una giustificazione così burocratica. E’ solo, dicono, una questione di scelte: basterebbe chiudere i corsi ‘di fantasia’ attivati a Cagliari e Sassari sull’onda della riforma del 3+2 e trasferire i relativi docenti sui corsi gemmati. Ma si farebbe un grosso torto all’università se si pensasse che i docenti ed i corsi sono intercambiabili .

In realtà, il problema dell’università diffusa va inserito nel quadro di una globale politica regionale dell’istruzione universitaria. Non c’è dubbio che la Sardegna ha bisogno di una maggiore e più moderna offerta universitaria. Le Università sarde presentano ancora sacche di arretratezza e di oscurantismo, che hanno un nome ed un cognome, dove la ricerca è ritenuta un passatempo al di fuori dei compiti, essenzialmente didattici, per i quali i docenti ricevono lo stipendio.

L’università territoriale dovrebbe essere progettata nell’ambito di un progetto globale di sviluppo regionale, ad un tempo culturale ed economico. In questo progetto appare riduttivo il concetto di un’università diffusa con compiti esclusivamente didattici. Infatti, se l’università territoriale non deve servire solo a dare occupazione al suo interno ma contribuire allo sviluppo, deve diventare un’infrastruttura stabile che costituisca un punto di riferimento per attività socio-culturali e di ricerca applicata. Difficilmente questo compito potrà essere svolto da docenti pendolari che rientrano a Cagliari o a Sassari non appena espletati i compiti didattici minimi. 

Forse siamo drastici, ma i corsi attuali, con qualche eccezione, servono solo a fornire un pezzo di carta, il diploma di laurea breve, ad una minoranza di studenti lavoratori, il grosso dei quali studia comunque nelle sedi di Cagliari e Sassari. Questi studenti potrebbero conseguire lo stesso risultato con meno fatica e con meno spesa da parte della Regione attraverso corsi telematici. La Regione spende infatti circa 6 milioni di euro per i 500 studenti dell’università diffusa e appena il doppio per i 50.000 studenti delle Università di Cagliari e Sassari. A chi obietta che è compito dello Stato finanziare le università centrali di Cagliari e Sassari ribattiamo che le Università sarde sono una risorsa fondamentale per l’isola e che pertanto la loro buona salute dovrebbe essere comunque in cima ai pensieri e agli interessi della Regione. 

Per concludere, l’università diffusa, così come è stata attuata, è uno spreco di risorse. Questo non significa che debba essere accantonata, ma piuttosto ripensata nell’ambito di una visione globale dell’istruzione universitaria e dell’alta formazione concepite come motori dello sviluppo della Sardegna.

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